No all’assuefazione ai conflitti.

di Mauro Magatti | @Avvenire

 

 

 

Passato il primo momento in cui ci siamo sentiti tutti spaventati e coinvolti, a quasi tre mesi dall’inizio del conflitto nel cuore dell’ Europa, ci stiamo abituando alle guerra, ai suoi orrori, al suo spirito maligno? Come era successo con il Covid, a poco a poco, i nostri grattacapi quotidiani tornano a prendere il sopravvento, regalando sempre più sullo sfondo il conflitto ucraino. Uno spostamento che si osserva anche su gran parte dei media: pur rimanendo in evidenza, la guerra lascia ogni giorno di più la ribalta alle tante altre vicende del nostro tempo.

L’essere umano ha una straordinaria capacità di adattamento. Riesce a vivere nelle condizioni più estreme: tra i ghiacciai e nel deserto. L’adattamento è un punto di forza della nostra specie, una risorsa che nasce dalla combinazione tra l’inestirpabile attaccamento alla vita e l’intelligenza creativa che ci contraddistingue. Anche in presenza di condizioni avverse, siamo capaci di escogitare un modus vivendi possibile. L’adattamento non è tuttavia un processo neutro. C’è un adattamento passivo – che semplicemente subisce la situazione – e uno attivo – che risponde, lavorando per ricreare una vita buona. Rispetto al tema specifico della guerra, l’adattamento passivo si concretizza in tre atteggiamenti che vediamo diffondersi attorno e dentro di noi.

Il primo: di fronte a un fatto così enorme come una guerra aperta in terra d’Europa, io non posso farci niente. Sono uno spettatore impotente. È la risposta adattiva dell’irresponsabilità: io non c’entro nulla, non devo dare risposte, non sono interpellato da quello che accade, voglio tornare il più velocemente possibile alla mie occupazioni. Ne aveva parlato il filosofo Hans Jonas a proposito della sproporzione tra gli eventi in cui siamo immersi e l’impotenza dell’azione individuale: l’irresponsabilità rischia di essere la cifra distintiva del nostro tempo.

Nel secondo atteggiamento ci si dice: non è affar mio, ma di altri. Rientrata la paura di una estensione che potesse arrivare a coinvolgerci direttamente, la guerra nel Donbass (come per tanti altri conflitti di cui ci siamo completamente dimenticati o che non abbiamo mai considerato) sfuma nell’indistinzione. Se la sbrighino russi e ucraini tra di loro. È l’adattamento dell’indifferenza. La terza risposta dice: la guerra è materia di eserciti e di governi. Della Nato e dell’Onu. Cioè di tutte quelle istituzioni a cui deleghiamo l’azione concreta.

Per il singolo cittadino, le vicende belliche sono troppo complicate. Tocca ad altri, non certo a me, fare quello che serve per risolvere il problema. È l’adattamento dell’idiota, nel senso greco del termine, cioè dell’uomoprivato, inesperto e incompetente e perciò del tutto sottomesso a una élite supposta colta, capace, esperta. Queste tre modalità convergono nel rafforzare una delle tendenze di fondo di una vita sociale in cui sappiamo tutto (o almeno così ci sembra), ma diventiamo indifferenti e incapaci di agire. E perciò capaci di digerire tutto, anche le situazioni più scabrose (compresa la guerra). C’è però una modalità diversa di adattarsi, cioè di prendere atto della situazione che non è in nostro potere cambiare. Una modalità che passa dall’istituire nella cornice che si è venuta a creare nuove possibilità di azione: un’occasione per risvegliarci, un modo per essere presenti diversamente, per dare il nostro piccolo, ma importante contributo.

Anche in questo caso, sono almeno tre le piste sulle quali si può concretamente lavorare. La prima – su cui si è registrata una significativa mobilitazione nelle settimane iniziali della crisi – è quella di rendersi disponibili all’accoglienza, all’accompagnamento, all’aiuto concreto di tutti coloro che si trovano in una condizione di grave sofferenza. Noi non possiamo fermare il conflitto. Ma la nostra umanità si può risvegliare di fronte al dramma di una guerra crudele. Accogliendo nelle nostre case, nei nostri quartieri, nelle nostre imprese i profughi della guerra (di tutte le guerre) diventiamo costruttori di pace. La seconda risposta è quella sollecitata dalla crisi energetica. Non è chiaro quale sarà l’impatto della guerra sul riscaldamento globale, sull’uso delle fonti fossili, sulla transizione ecologica. Sappiamo però che questa imprevista emergenza può essere l’occasione per accelerare (non ritardare!) i nostri piani in tema di sostenibilità.

A partire dal cambiamento dei nostri stili di vita (anche con un uso più parco dei condizionatori, come ha suggerito Draghi) e poi con tutte le decisioni concrete, a livello personale, organizzativo, amministrativo che sono necessarie. Infine, la terza pista è quella culturale-politica. Il nostro modo di guardare la realtà va aggiornato: prima di tutto impegnandosi a capire un po’ di più il mondo, a conoscerlo nella sua complessità. E poi contrastando il gioco pericoloso che punta a militarizzare gli animi: a chi ci sta spingendo a pensare il pianeta nel tetro scenario di un conflitto inevitabile, espressione di un irrimediabile scontro di civiltà, occorre rispondere sapendo portare i tanti argomenti che aiutano a rifondare il bene comune della pace.

A fronte del dilagare della cultura della guerra, occorre rafforzare il dialogo tra le culture, immaginare confini porosi che siano luoghi di incontro e non di scontro, sostenere una prospettiva politica all’altezza delle sfide della supersocietà in cui ormai viviamo, cioè orientata alla pace e non alla guerra.

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