L’islam di fronte alla sfida dei coranisti

di Ignazio De Francesco | venerdì 11 giugno 2021

 

 

 

SettimanaNews

 

 

 

«Ho fatto conoscenza di un giovane che ha conosciuto l’islam attraverso i coranisti, i quali giungono a negare il carattere precettivo della Sunna. Quindi, secondo lui, le preghiere rituali non esistono nell’islam, le preghiere sono solo le invocazioni (du’āt) e non quelle rituali (salāt). Dice di essere musulmano e di volermi sposare. Cosa posso fare? Ho provato a consigliargli alcune letture, ma lui insiste a dire di essere musulmano e che questa è la sua visione dell’islam».


Il dibattito che serpeggia nell’islam contemporaneo intorno ai cosiddetti “coranisti” si riflette persino nei progetti matrimoniali di una devota musulmana, che si rivolge a uno dei siti più autorevoli dell’islam sunnita per avere lumi sull’ortodossia del suo pretendente.

Che cosa è in gioco? Nientedimeno che il secondo pilastro di fondazione dell’islam. Il primo, indiscusso, è il Corano: i musulmani credono che sia il frutto delle rivelazioni divine a Muhammad, raccolte in forma di Libro dopo la sua morte, definitiva manifestazione di Dio, inclusiva di tutte le verità contenute nei Libri sacri precedenti.

Le sue dimensioni sono pari a circa 1/5 dell’intera Bibbia e 4/5 del Nuovo Testamento: si tratta dunque di un piccolo testo, ancor più piccolo se si considera che i versetti direttamente normativi non superano il 10% del totale.

Com’è possibile vivere “islamicamente” con così poche informazioni? La risposta viene dagli ahādīth, il secondo pilastro sul quale poggia l’edificio dell’islam, definito “sunnita” proprio in relazione ad esso.

«La religione è comportamento» (al-dīn mu’āmala): la definizione, che ogni musulmano conosce e ripete dall’infanzia, mostra quanto la “pratica” della fede sia cruciale. Messi a parte i due articoli del Credo islamico (monoteismo e ruolo profetico di Muhammad), essere musulmani significa essenzialmente sapere come fare che cosa?

A questo ci pensano, nei dettagli, i detti, gli aneddoti e persino i silenzi attribuiti al Profeta dell’islam, dai quali i giuristi estraggono un’enorme quantità di norme: dal culto all’abbigliamento, dal cibo al matrimonio, dalle attività commerciali alla punizione dei crimini, sino al modo di lavarsi i denti e utilizzare la toilette.

Si tratta di migliaia di hadīth, raccolti in collezioni che normalmente li classificano per argomento, e che sono ritenuti, pur in modo diverso dal Corano, divinamente ispirati. Essere musulmano significa dunque vivere secondo la “Sunna del Profeta”.

Le cose stanno proprio così? Secondo i “coranisti” no, ed è questa la loro sfida: per essere un buon musulmano – secondo loro – basta il Corano, che è l’unica e definitiva fonte sacra, scesa direttamente dal trono di Dio e preservata da ogni errore e alterazione, a differenza dei Libri sacri precedenti. Tutto il resto non sono che parole di uomini, spesso contraddittorie e redatte a grande distanza dalla morte di Muhammad. Gli ahādīth sono informazioni, ma non servono per prendere decisioni.

I fautori di questa posizione sono una corrente assolutamente minoritaria, quantunque combattiva – combattuta–, ma la loro proposta rivoluzionaria potrebbe avere ricevuto inaspettata notorietà dall’intervista al principe ereditario dell’Arabia Saudita, Muhammad Bin Salman, messa in onda dal canale saudita al-’Arabiyya il 27 aprile 2021. Così almeno l’ha interpretata l’intellettuale algerino Kamel Abderrahmani, scrivendone su Asianews.

In una digressione sul tema della “moderazione” (i’tidāl), all’interno di una lunga intervista dedicata a temi economici, Muhammd Bin Salman ha richiamato il principio del Corano come fonte suprema di governo, la Costituzione del paese, e ha riservato il carattere vincolante degli ahādīth a un numero ristrettissimo di narrazioni (definite mutawātir) rispetto all’enorme massa di quelle codificate nelle raccolte canoniche.

Il principe si è concentrato sulla questione delle pene sciaraitiche ma – secondo Abderrahmani – le sue parole potrebbero aprire scenari ben più ampi: «Il che è come dire che l’Arabia Saudita starebbe optando per il Coranismo, una corrente di pensiero che rifiuta l’autorità degli hadith e che sostiene la ri-attualizzazione delle interpretazioni in funzione del tempo, della conoscenza e delle culture. Per il Coranismo, ogni Paese può avere il suo islam proprio, che si mescola nella cultura che lo accoglie».

Forse l’autore dell’articolo, che segue da tempo e con passione questo argomento, ha voluto estrarre troppo dalle dichiarazioni della personalità saudita più in vista in questo momento, ma i “coranisti” e le loro idee meritano molta più attenzione di quanto oggi viene tributata, anche al di fuori dell’universo islamico.

I loro autori di punta e i loro scritti meriterebbero uno studio adeguato, perché il nodo posto sul tavolo è cruciale: come vivere da buoni musulmani nella società globale, in contesti totalmente differenti da quello nel quale l’islam è sorto e si è formato, oltre mille anni fa? Come relazionarsi con le nuove tecnologie, con le reti informatiche, con le scoperte nel campo della medicina, con i progressi nel campo dei diritti umani e dell’evoluzione dei rapporti di genere, sulla base di testi che non hanno conosciuto nulla di tutto questo?

La proposta dei coranisti è – come già accennato – quella di lasciarsi alle spalle questi testi e attenersi al solo Corano, il quale sembra lasciare uno spazio molto più ampio di adeguamento dei supremi principi della fede alla realtà in costante trasformazione.

Alla fine del 2019 Islamweb, uno dei network islamici più attivi nella promozione a livello globale dell’islam tradizionale, ha pubblicato un articolo di severa condanna di questa corrente, della quale ha ricondotto la prima apparizione «alla fine del XIX secolo dopo il colonialismo straniero occidentale in molti paesi islamici».

Tra i suoi fautori storici, menziona l’indiano Syed Ahmad Khan (m. 1898), il pakistano Abdullah Chakralawi (m. 1916), ai quali aggiunge l’egiziano Ahmed Subhi Mansour, ancora vivente e attivo che, dopo rocambolesche vicende nel suo paese (carcere incluso) a causa delle sue idee, ha ottenuto asilo politico negli Stati Uniti.

Il collegamento con il colonialismo europeo è una chiave di lettura del fenomeno: si vuole spingere chi legge a interpretare il “coranismo” come un fenomeno essenzialmente esogeno all’islam, se non un pezzo del “complotto occidentale” contro l’islam. In realtà esso è parte inseparabile della storia dell’islam, della tensione originaria tra i partigiani dell’“opinione” e quelli della “tradizione”, descritta con cura da un grande intellettuale della “nahda”, la cosiddetta rinascita araba, lo storico egiziano Ahmad Amin (m. 1954), e che in un altro egiziano di quell’epoca di rinascita, Muhammad Tawfīq Sidqi (m. 1920), ha trovato l’estensore di una sorta di manifesto, dal titolo eloquente: “L’islam è soltanto il Corano”.

Assumere questa idea come criterio di orientamento su ciò che si deve/non si deve fare, produrrebbe effetti a cascata: non abolirebbe solo la pena di morte per l’apostata e l’adultero, o l’obbligo del velo, ma produrrebbe anche una radicale “liberalizzazione” del culto, poiché il sistema attuale dei cinque riti quotidiani è regolamentato in modo dettagliato proprio attraverso gli ahādīth. In loro assenza, l’assolvimento del precetto della preghiera, così come si trova indicato nel Corano, implicherebbe per ciascun credente un grado di auto-determinazione estremamente elevato.

Mentre è arduo immaginare che il principe ereditario dell’Arabia Saudita intenda promuovere quella rivoluzione, il problema di fondo sollevato dai “coranisti” rimane sul tavolo: per quali vie realizzare una rilettura critica delle fonti che consenta di adeguare ai “tempi moderni” l’apparato etico/giuridico di un sistema religioso ultra-millenario?

È, del resto, la stessa questione sollevata da intellettuali contemporanei del calibro di Fazlur Rahman, Nasr Hamid Abu Zayd e Mohammad Arkoun, quest’ultimo famoso per aver coniato la triade pensato-impensato-impensabile: ciò di cui parlano i testi sacri è il “pensato”, mentre ciò che rimane fuori da essi non è soltanto “impensato” ma addirittura “impensabile”, qualcosa di cui è proibito occuparsi. Si tratta di personalità d’avanguardia, il cui seguito è però oggettivamente trascurabile a livello di massa dei credenti.

Alla signora preoccupata dall’ortodossia del suo pretendente “coranista”, la fatwā dell’autorevole Dār al-Iftā’ egiziano non lascia quindi alternative: «Questo modo di credere contraddice i fondamenti del dogma islamico. Non devi accettare la sua proposta di matrimonio sino a quando egli non aderisca alla metodologia dei sunniti sui fondamenti della fede».

Non rimane che ricordarle che la fatwā, per sua natura, non ha alcun potere coercitivo, vincola la coscienza del richiedente nella misura in cui vi aderisce liberamente. A lei dunque l’ultima scelta.

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