Ricordo di Abraham Yehoshua

il ricordo di abraham yehoshua. 

 

Articolo di Gad Lerner

 

Abraham Yehoshua, che se n’è andato in silenzio all’età di 85 anni, era un uomo mingherlino dall’apparenza sgraziata. Niente a che vedere con la bellezza incantatrice del suo amico Amos Oz né con la voce profonda e seduttiva di David Grossman. Eppure, come e più degli altri grandi scrittori israeliani cui veniva accomunato in un terzetto divenuto caro ai lettori di tutto il mondo, Yehoshua impersonava la letteratura allo stato puro.

 

Non perché gli difettasse la passione politica, lo spirito critico, la vocazione pacifista degli altri due. Ma perché in lui prevaleva la dimensione intima, la ricerca dei misteri esistenziali nascosti nella mediocrità apparente della vita quotidiana, l’interrogarsi sulla natura dell’amore, elevati a romanzo grazie a una tecnica sapientissima nel montaggio delle trame.

 

Mingherlino e sgraziato, dicevo. Rifulgeva accanto a Buli -questo il soprannome affibbiatogli sin dall’infanzia- la chioma fulva e l’esuberanza fisica della solare, amatissima moglie Rivka, psicologa con cui ha condiviso più di mezzo secolo di vita. Yehoshua appariva come illuminato, rinvigorito da quella presenza, quasi lo liberasse dalla prigione della timidezza. Non sapremo mai quanto, ma i romanzi che ha scritto le devono tantissimo.

 

Da quando lo lasciò vedovo, nel 2016, Yehoshua ha descritto come irreparabile la fine del loro sodalizio. Gli ultimi libri hanno risentito della sua assenza.

Pur compiacendosi di rivendicare il suo essere ebreo nato gerosolomitano, discendente da una famiglia che da cinque generazioni abitava nella Città Santa, la prima forma di emancipazione di Yehoshua fu quella di sfuggire al fascino asfissiante del luogo natale. Troppo carico di storia e di indecifrabile spiritualità.

 

Lo sforzo di misurarsi con l’altro da sé rappresentato dall’umanità degli arabi, proteso a una comprensione e a una riconciliazione che infine, con dolore, dichiarava irraggiungibile, lo portò a scegliere la città portuale di Haifa come residenza elettiva. Anch’essa luogo di secolare convivenza fra arabi e ebrei, ma con un’impronta di laicità che s’illudeva bastasse a sgravarsi dall’ossessione incombente della memoria divisa, tramandata di generazione in generazione.

 

In ciò Yehoshua fece la scelta opposta a quell’altro gigante della letteratura israeliana, il premio Nobel Shmuel Agnon, intriso di religiosità mistica, che giunto a Gerusalemme non se ne staccò mai più.

I romanzi di Yehoshua, a cominciare dal capolavoro Il signor Mani, lo hanno sempre portato a confrontarsi ambiziosamente con la grande storia. Penso al Viaggio alla fine del millennio in cui raccontò il mondo capovolto del Medioevo in cui la civiltà islamica giungeva a imbattersi in un’Europa povera e barbara.

 

Ma questo senso della storia, le guerre arabo-israeliane da lui vissute, lo sconfinamento nei territori palestinesi occupati, la delusione per il fallimento degli accordi di Oslo, lui si sforzava di rappresentarlo nella dimensione micro delle dinamiche interpersonali. Soprattutto nelle relazioni d’amore, possibili e impossibili: L’amante, Un divorzio tardivo, La sposa liberata. I suoi indimenticabili personaggi sono quasi sempre fragili, antieroici.

 

E’ in mezzo alla loro ordinarietà che Yehoshua va scoprendo gemme preziose e sorprendenti. Tra vestaglie che coprono seni cadenti, mozziconi di sigaretta, case buie, cene modeste con le olive e i cetrioli, tentativi di corteggiamento tra ragazzi separati da un wadi rinsecchito e dall’incomprensione linguistica. Ne scaturiscono, inaspettati, momenti di autentico erotismo che non hanno bisogno dell’esibizione della bellezza perché la custodiscono nel fascino di una normalità scadente.

 

Così, col passare degli anni, il piccolo Buli si è conquistato un grande pubblico internazionale di ammiratori. Ricordo la sua iniziale sorpresa, e la sua felicità, quando negli anni Novanta alla presentazione delle traduzioni italiane dei suoi romanzi vide accorrere centinaia, se non migliaia di lettori devoti. Ma non fu solo, diciamo così, per compiacimento turistico e di marketing che l’israelianissimo Yehoshua elesse a sua seconda patria il nostro paese.

 

Certo, buon cibo, bellezze artistiche e naturali, diritti d’autore, nuovi amici, trasposizioni cinematografiche e addirittura in opera lirica… L’Italia però è stata qualcosa di più per Buli il sabra (il contrario dell’ebreo diasporico, senz’altre radici che la terra d’Israele): qui è stata la sua vocazione complessa di sionista convinto, ma al tempo stesso di pacifista rispettoso dell’identità palestinese, pronto a sopportare le accuse di tradimento che gli piovevano addosso dalla destra guerrafondaia israeliana, a portarlo a credere nella vocazione mediterranea dell’Italia. Da coltivarsi, lui diceva, con voce di soprano.



Foto: @fanpage.it

 

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