L'ospedale di Renzo Piano: costruisco luoghi di pace dove si impara a convivere

di Luca Liverani | Venerdì 20 maggio

 

 

 

 

 

 

 

 

Avvenire

 

 

 

 

 

 

 

 

«Io nel mio mestiere, a modo mio, ho un approccio pacifista. Costruisco luoghi di pace, dove la gente possa stare assieme, incontrarsi, imparare quella bella cosa che è la convivenza. E questi luoghi che costruisco sono ospedali, ma anche scuole, biblioteche, università, sale da concerto». Il "mestiere" di Renzo Piano, architetto di fama mondiale, è da sempre strettamente legato alla città e alle persone, alla civis e alla polis. E in questi tempi bui che hanno riportato la guerra fino in Europa, ribadisce con orgoglio che anche chi fa architettura può essere un "costruttore di pace".

 

Merito anche della profonda amicizia che per dodici anni l’ha legato a Gino Strada, il chirurgo fondatore di Emergency in prima linea sui fronti di guerra a soccorrere le vittime civili. Renzo Piano parla di pace, di ambiente, di sviluppo sostenibile. Lo fa in occasione del primo anno di attività dell’ospedale "scandalosamente bello" che l’amico Gino gli chiese di progettare a Entebbe, per dare un grande centro di chirurgia pediatrica all’Uganda, che di chirurghi pediatrici, prima che aprisse questo ospedale, ne aveva quattro in tutto il Paese. Un progetto che ha regalato a Emergency, e di cui parla volentieri in una chiacchierata in streaming tra il suo studio a Genova e i giornalisti arrivati a Entebbe per il primo anniversario. «Mi spiace – confessa – di non essere con voi. Anche perché mi piacerebbe tanto essere lì a vedere l’ospedale nel suo funzionamento. Quando si parla di edifici, la vera aspettativa è vederli pieni di gente. Come sono gli alberi di jacaranda che abbiamo piantato? Sono fioriti?».

 

Architetto, com’è nato questo progetto - ambizioso e un po’ folle - di un centro di chirurgia pediatrica in Uganda, per ribadire il diritto alla salute davvero per tutti?

 

È nato apparentemente in maniera molto semplice. Un giorno mi chiama Gino e mi dice: "Vorrei che tu facessi un ospedale scandalosamente bello sul Lago Vittoria". Gino non è che lo conoscessi bene, era mancata da poco la moglie Teresa, gli avevo mandato dei messaggi di condoglianze, perché lo seguivo da sempre. Ma è nata quella cosa che succede talvolta, le famose affinità elettive, persone che incontri e di cui diventi amico per la vita. Uno fa il chirurgo, in giro per il mondo, l’altro fa l’architetto, ma evidentemente ci siamo nutriti delle stesse curiosità, delle stesse passioni. Ci siamo ritrovati immediatamente e abbiamo cominciato a lavorare. Queste due parole, "scandalosamente" e "bello", contengono già tutto. La parola bello ci è stata rubata da chi fa pubblicità, sembra pericoloso usarla, rischi di passare per stupido, per uno che parla di cose superficiali, di frivolezze: "Ma come, il mondo ha bisogno di ben altro…". C’è voluto un attimo per me per capire che il bello di cui parlava Gino era quello giusto.

 

Che tipo di bellezza le è stata chiesta, stavolta?

 

"Bello" già in italiano spesso vuol dire anche buono. Per non parlare del kalòs greco, o di nzuri in swhaili. Devo dire che è stato il più breve programma mai avuto: quando mi commissionano un progetto, le spiegazioni a volte sono libri interi.

 

E perché doveva essere anche una bellezza "scandalosa"?

 

Significava fare in Africa una cosa di grande eccellenza medica, persino ambientale e umanistica. E poi un regalo non può essere che il meglio del meglio, non puoi fare altrimenti. Altrimenti sei una persona ignobile.

 

 

 

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