Sessant'anni fa il Vaticano II

La memoria di Mons. Bettazzi

 

 
 
Qualche anno fa mi è capitato di dialogare del Concilio con mons.Luigi Bettazzi, l'ultimo padre conciliare rimasto in vita. Al tempo del Concilio, Bettazzi era il vescovo italiano più giovane e ne è stato poi testimone intelligente e appassionato.
Questo è il resoconto.
 
Nel 1963 Lei a 40 anni entrava al Concilio Vaticano II. Come ha vissuto questa esperienza?
 
E’ stata una grande grazia; l'esperienza della Chiesa cattolica, universale, con la presenza attiva di vescovi di tutte le razze e di tutte le culture. Questa globalità fu enfatizzata in me dal fatto di essere vescovo ausiliare del Card. Lercaro, uno dei quattro Moderatori del Concilio: chi voleva avvicinarlo o sollecitava la sua attenzione non di rado richiedeva la mia mediazione; non a caso ebbi presente alla mia ordinazione episcopale Roger Schutz di Taizé, ed ebbi modo di frequentare il gruppo impegnato a sviluppare il tema della Chiesa dei poveri (fu lì, ad esempio, che iniziai a frequentare il brasiliano dom Helder Camara). Mi aiutò anche la frequentazione di vescovi attratti dalla spiritualità di Charles de Foucauld, il gruppo che si venne formando, venti vescovi provenienti da diciotto nazioni di tre continenti, si radunava tutte le settimane, dando luogo a scambi e incoraggiamenti fruttuosi. Ed io, vescovo giovane, mi rendevo conto che, se ufficialmente ero un Padre, vi entravo come un alunno. Un noto vescovo italiano ha spesso ripetuto che il Concilio è stato il suo secondo Seminario.
 
C'è un episodio che ricorda in modo particolare?
 
Non posso dimenticare di essere stato involontariamente un piccolo protagonista quando, nel punto più alto della fervida discussione sulla collegialità episcopale, mi trovai - ad appena una settimana dalla mia ordinazione episcopale - a dover leggere - con una piccola inquadratura aggiunta - un intervento preparato da esperti (ed erano don Dossetti ed il prof. Alberigo) per il Card. Lercaro e che lui, per motivi contingenti, non si sentì di leggere. Ne ricevetti perfino un applauso!
Il Concilio apri le finestre della chiesa, suscitando speranze straordinarie..
In realtà il clima al di fuori del Concilio era allora di molta speranza: in un mondo che sentiva il bisogno di forti mutamenti (che scoppiarono poi tra i giovani e gli operai nel 1968 e nel 1969), un cambiamento nella Chiesa - l'organizzazione più estesa e massiccia del mondo - dava a tutti il primo annuncio di novità. Al di dentro dell'Assemblea era evidente la tensione tra quanti - ed erano la maggioranza - spingevano per il rinnovamento e quanti invece - minoranza, ma agguerrita ed autorevole - si appellavano alla tradizione per frenare la riforma. Finito il Concilio la minoranza potè emergere anche forse per gli eccessi di chi, in nome del Concilio, portava avanti trasformazioni sostanziali. I Papi, per mantenere doverosamente l'unità della Chiesa, hanno dovuto tener conto anche di questa minoranza, forse anche fisicamente più vicina a loro; e questo può aver dato l'impressione che si volesse attaccare il Concilio e che quindi lo si dovesse "difendere".
 
Se dovesse presentare il nucleo dell'evento conciliare a un nostro contemporaneo, quali sarebbero i punti chiave che indicherebbe?
 
Un elemento fondamentale fu il cambio di prospettiva proposto da Papa Giovanni, che lo volle, più come Concilio “pastorale” che come Concilio "dogmatico", partendo cioè non dalle definizioni di verità da credere (dogmi) bensì dalla mentalità e dalle attese della gente d'oggi per portarle ad accogliere le verità della fede. Questo è stato riproposto anche di recente come pretesto per non accettarlo ("è stata solo un'Assemblea pastorale!"...); mentre invece ha portato a valutare e perseguire le verità di sempre in modo nuovo (o, forse, nel modo originario). Pensiamo ad esempio alla fede, prima spesso valutata secondo l'estensione delle verità credute, oggi invece commisurata secondo l'adesione alla Parola di Dio, o alla Liturgia, a cui prima si "assisteva" e oggi si "partecipa". Credo che i punti chiave del Concilio siano da individuare nelle quattro Costituzioni: rivalutazione della Parola di Dio (Costituzione Dei Verbum), vitalità della liturgia (Sacrosanctum Concilium), una Chiesa misurata sulla comunione a tutti i livelli (Lumen gentium) e aperta con simpatia a tutta l'umanità (Gaudium et spes).
Lei ha parlato spesso del Concilio come di una "rivoluzione copernicana", in due prospettive principali: una Chiesa che arriva finalmente a comprendere di non avere il mondo al proprio servizio, ma di doversi mettere lei stessa a servizio del mondo; una Chiesa, poi, che riscopre la centralità della missione dei laici.
 
A che punto siamo con questa rivoluzione?
 
Credo sia da riconoscere la realtà di una Chiesa non monopolizzatrice della salvezza: "extra Ecclesiam nulla salus" non vuol dire che non ci si salva al di fuori dei confini istituzionali della Chiesa, bensì che non ci sarebbe per l'umanità una speranza concreta di miglioramento (di salvezza, potremmo dire) se non ci fosse la Chiesa. Le "rivoluzioni" sono iniziate, ma il cammino è lungo e faticoso, dopo due millenni di monopolio della salvezza e di pratica identificazione della Chiesa con la gerarchia. Ma indietro non si torna.
 
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