Ai cristiani europei scoraggiatissimi

AI CRISTIANI EUROPEI SCORAGGIATISSIMI

 

Sono a Camaldoli per il convegno del gruppo «Oggi la Parola»: si intitola «Nell’Europa occidentale dalle molte radici. Dio rimane. Parole e compito di chi crede in Gesù Cristo» e tra i relatori figurano Giovanni Benzoni, Alessandro Barban, Antonella Lumini, Daniele Menozzi, Marinella Perroni, Mariangela Maraviglia, Brunetto Salvarani, Roberto Mancini, Lucia Vantini. La mattina del 31 ottobre ho tenuto la meditazione biblica su Atti 18, 9-11, dove è narrata la visione notturna avuta da un Paolo scoraggiato a Corinto, durante la quale il Signore gli disse: «Continua a parlare e non tacere, perché io ho un popolo numeroso in questa città». Ho applicato quell’incoraggiamento a noi, cristiani europei di oggi, scoraggiatissimi.

 

La Corinto di Paolo

 

Nella pagana e mondana Corinto – capitale della Provincia romana dell’Acaia – Paolo vive ben presto una drammatica rottura con la comunità ebraica che rifiuta la sua testimonianza su Gesù il Cristo. Ancora immerso nel dramma di quella rottura, l’apostolo sente il Signore che gli rivolge queste parole, apparendogli una notte in visione: «Non aver paura; continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male: in questa città io ho un popolo numeroso».

Possiamo forse applicare a noi queste parole del Signore all’Apostolo: nell’Europa occidentale dalle molte radici, ma ormai sostanzialmente pagana e mondana, per molti aspetti simile alla Corinto di Paolo, noi cristiani stentiamo a credere che Dio sia ancora presente e siamo tentati di tacere.

Proprio a noi ancora e sempre il Signore rivolge la stesso invito che aveva rivolto allora a Paolo, a non avere paura e a non tacere, perché egli – ci assicura – ha un «popolo numeroso» in questo continente.

Sono queste le parole che ora vogliamo mettere al centro della nostra attenzione: in questa città, in questo continente, su questo pianeta io ho un popolo numeroso.

 

La città globale di oggi

 

La Corinto di Paolo è simile, per più aspetti, all’attuale città mondiale. Alla città globale di oggi. Alla civiltà della globalizzazione.

Quando vi arriva Paolo, poco oltre la metà del primo secolo, Corinto è una grande città: aveva forse trecentomila abitanti. Paolo è l’apostolo delle grandi città: Gesù va per villaggi, Paolo per capitali. Antiochia, Tessalonica, Corinto, Efeso, Roma.

I viaggi apostolici di Paolo, cittadino romano, possiamo leggerli come un itinerario attraverso le varie capitali delle province imperiali fino a Roma, capitale delle capitali. «Sono pronto ad annunciare il Vangelo anche a voi che siete a Roma» (Rm 1,15). La Lettera ai Romani Paolo la scrive da Corinto, nell’inverno del 55-56 (o 56-57), mentre si prepara a partire per Gerusalemme, da dove spera di andare a Roma.

Rievochiamolo brevemente quell’itinerario, che parte da Antiochia, capitale della provincia romana di Siria, dove «per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani» (At 11,26). Ha tra le sue tappe Tessalonica, capitale della provincia romana di Macedonia; Efeso, capitale della provincia romana dell’Asia e appunto Corinto, capitale della provincia romana dell’Acaia.       Corinto, città in fortunata posizione, a controllo dell’istmo che unisce l’Attica al Peloponneso, munita di due porti sui due mari: il mare Ionio che guarda alla Puglia e il mare Egeo rivolto all’Asia. Città ricca, cosmopolita e mercantile, mondana.

 

 

«Vivere alla corinzia» voleva dire con libertà di costumi. Non licet omnibus adire Corinthum [Non a tutti è dato di andare a Corinto], scriveva Orazio nel Primo libro delle Epistole (17,36) per dire che la libertà sessuale ha i suoi costi. Anche la comunità cristiana fondata da Paolo a Corinto risente di quella spregiudicatezza: «Si sente dovunque parlare di immoralità tra voi e di una immoralità tale che neanche tra i pagani» (1Cor 5,1; lettera che l’apostolo invia da Efeso verso la Pentecoste dell’anno 54).

Piena di taverne, la città riuniva genti greche, fenicie, asiatiche, romane, ebree, egiziane. Le fonti letterarie e l’archeologia ci segnalano la presenza di una grande varietà di culti: c’erano una sinagoga, un tempio di Apollo, uno di Iside, uno di Afrodite, il più famoso e il più alto, sull’Acropoli. Afrodite, la dea dell’amore, era la patrona della città. Nel suo tempio si esercitava la prostituzione sacra. Possiamo vedere nella Corinto di Paolo un’immagine del nostro mondo pluralista, secolarizzato, libertario.

In quel contesto per più aspetti sfavorevole alla predicazione del Vangelo Paolo è tentato da scoraggiamento: avversato dai giudei, incompreso dai pagani. È tentato di tacere, forse di fuggire verso altri luoghi meno rischiosi. Ed è in quella Corinto di tutte le genti che il Signore incoraggia Paolo, in visione notturna, a non desistere dalla predicazione: «Continua a parlare e non tacere». La tentazione di tacere va crescendo oggi tra noi, debolissimi testimoni del Vangelo. Il nascondimento dei cristiani non è stato mai così forte come nella nostra Europa.

 

Continuate a parlare

«Continua a parlare», dice il Signore a ognuno di noi, «perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male». Paolo tre versetti prima di quello che stiamo meditando era stato oggetto di un assalto da parte di giudei che “lanciavano ingiurie” e due versetti più avanti quegli stessi giudei lo porteranno “unanimi” in tribunale.

A noi, nell’Europa agnostica e plurale di oggi, nessuno – o quasi nessuno – lancia ingiurie o tenta di portarci in tribunale. Ma il complesso della persecuzione non ha bisogno di assalti pubblici per crescere su se stesso. Dopo un millennio e mezzo di cristianità imperante, bastano le chiese vuote a mandarci in paranoia persecutoria.

Ma ecco che anche a noi il Signore dice che ha un popolo numeroso proprio qui, nell’Europa delle cattedrali semivuote e delle chiese dismesse. Il popolo di Dio a volte non è visibile all’occhio ma è sempre presente – misteriosamente – in ogni comunità umana: ché nessuna mai sfugge alla paternità divina e all’azione fecondatrice dello Spirito. Quanto alla sua visibilità, il popolo di Dio partecipa del mistero di Dio. Dio nessuno mai l’ha veduto e similmente il popolo di Dio lo vediamo e non lo vediamo. Ma sappiamo che c’è e che è numeroso anche nell’Europa del Covid 19 e della guerra di Putin.

A quel popolo dobbiamo parlare e non tacere. A esso siamo chiamati – come già Paolo – ad annunciare il Vangelo. Il popolo di Dio è, come nascosto o indistinto, nel popolo che ci circonda. Quest’atto di obbedienza nella fede ci è chiesto oggi come allora fu chiesto a Paolo.

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