20 luglio 2026
Sono trascorsi venticinque anni dalle giornate del G8 di Genova. Tra il 19 e il 22 luglio 2001, la città divenne il centro di una mobilitazione internazionale, ma anche il teatro di scontri, violenze e gravissime violazioni dei diritti fondamentali. Furono giorni che segnarono profondamente un’intera generazione e che continuano a interrogare la nostra coscienza democratica. Ricordare Genova significa, prima di tutto, riconoscere ciò che è accaduto e assumersi la responsabilità di ciò che quella vicenda può ancora insegnarci.
A Genova arrivarono migliaia di persone provenienti da esperienze, culture e Paesi diversi. C’erano associazioni, organizzazioni sindacali, comunità cristiane, realtà del volontariato, movimenti pacifisti, ambientalisti, giovani, scout e famiglie. Portavano nelle piazze domande che, venticinque anni dopo, sono attuali più che mai: chi decide i processi economici globali? Quale spazio viene riconosciuto al lavoro e alla dignità delle persone? Come si combattono le disuguaglianze? Quale responsabilità hanno i Paesi più ricchi nei confronti di quelli impoveriti? Come si costruisce una globalizzazione fondata sulla giustizia, sulla pace e sulla tutela del creato?
Genova rappresenta la reazione violenta da parte delle forze economiche e politiche che volevano reprimere queste domande, soffocando la voce di un’ampia alleanza trasversale che iniziava a contare e sfidare il potere globale. La morte del giovane Carlo Giuliani, le violenze avvenute nelle strade, l’irruzione nella scuola Diaz e quanto accadde nella caserma di Bolzaneto costituiscono ferite ancora aperte nella nostra storia repubblicana. Nel 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha qualificato come tortura i maltrattamenti subiti durante l’irruzione alla Diaz e ha condannato l’Italia per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Affermarlo significa ribadire un principio fondamentale: in una democrazia nessuno può essere considerato al di sopra della legge e la divisa non può diventare uno scudo contro l’accertamento delle responsabilità.
La credibilità delle istituzioni non si difende negando gli errori, ma riconoscendoli. La fiducia dei cittadini cresce quando lo Stato sa fare verità, rendere giustizia, correggere le proprie mancanze e impedire che gli abusi possano ripetersi. Senza verità e responsabilità, la memoria rischia di trasformarsi in rancore; attraverso la giustizia, può invece diventare una strada di riconciliazione. Genova ci interroga anche sullo stato della partecipazione democratica. Molti giovani presenti nel 2001 credevano che un altro mondo fosse possibile.
Quell’espressione poteva apparire ingenua, ma conteneva una domanda radicale: è possibile costruire un’economia al servizio delle persone e non persone subordinate all’economia? Oggi, quella domanda ritorna davanti alla precarietà del lavoro, alle nuove povertà, alle migrazioni, alla crisi ambientale, alle guerre e all’aumento delle disuguaglianze. Ritorna mentre molti cittadini si allontanano dalla politica, cresce l’astensionismo e il dibattito pubblico sembra ridursi troppo spesso a paura, aggressività e contrapposizione.
Il modo migliore per ricordare Genova non è allora limitarsi alla commemorazione.
È riaprire spazi nei quali le persone possano incontrarsi, discutere, organizzarsi e incidere sulle decisioni collettive. È educare alla cittadinanza e alla partecipazione fin dalle scuole. È permettere ai giovani di essere protagonisti e non soltanto destinatari di progetti pensati da altri. È ricostruire comunità nelle quali il conflitto possa esprimersi senza diventare odio e nelle quali il dissenso venga riconosciuto come una componente essenziale della democrazia.
Come ACLI di Bergamo sentiamo il dovere di custodire questa memoria a partire dalla nostra storia e dai valori che orientano il nostro impegno: la dignità del lavoro, la solidarietà, la giustizia sociale, la pace e la partecipazione democratica. Custodire per consegnare alle nuove generazioni domande, responsabilità e strumenti per comprendere il presente. Schierarsi dalla parte delle vittime senza rinunciare al dialogo, chiedere verità senza alimentare vendette, condannare la violenza senza criminalizzare il dissenso.
A venticinque anni dal G8, Genova ci ricorda che la democrazia non è garantita una volta per tutte.
Vive nella qualità delle istituzioni, nel rispetto dei diritti, nella libertà dell’informazione, nella possibilità di manifestare, nella responsabilità di chi esercita il potere e nella partecipazione quotidiana dei cittadini. Fare memoria significa allora assumere un impegno: perché nessuna persona venga privata della propria dignità e perché il dissenso non venga mai trattato come un nemico. Un altro mondo non nasce da uno slogan. Nasce dalla pazienza delle relazioni, dalla cura delle comunità, dalla giustizia, dal lavoro dignitoso e dal coraggio di partecipare, esserci in piazza per rivendicare i propri diritti. Ieri contro una globalizzazione senza freni, oggi contro chi calpesta lo stato di diritto e contro le derive del capitalismo finanziario e delle big-tech, capace di influenzare la politica nelle sue sfere più alte.
Genova, venticinque anni dopo, continua a chiederci di non rassegnarci. Insieme -non facendoci giustizia da soli- è ancora possibile costruire un mondo più giusto.




