Una città attraversata da striscioni, colori e dal bandierone della pace delle ACLI bergamasche che anche quest'anno è stato il simbolo attorno al quale ci siamo mobilitati, uniti: oltre duemila persone hanno partecipato alla Marcia per la Pace, unendo i cortei partiti da Bergamo e dalla Valle Seriana. Una giornata per ribadire che la pace si costruisce ogni giorno, nelle comunità, nel lavoro, nella scuola e nelle istituzioni.
Oltre duemila persone hanno attraversato Bergamo domenica 27 settembre per affermare che la pace è possibile e che la sua costruzione riguarda ciascuno di noi.
Il corteo è partito dal Giardino della Pace, accompagnato dalla musica dell’orchestra Banda Larga di Monterosso e da una grande bandiera della pace, già esposta lo scorso anno sulle Mura. Bandiere, striscioni e palloncini hanno accompagnato una marcia che ha voluto portare il tema della pace nei luoghi della vita quotidiana: dal lavoro alla scuola, fino alle istituzioni.
In via Roma, il corteo cittadino ha incontrato quello partito da Albino, che nel suo percorso aveva raccolto numerosi partecipanti lungo la Bassa Valle Seriana. Da lì, migliaia di persone hanno proseguito insieme lungo viale Vittorio Emanuele, attraversato Porta Sant’Agostino e raggiunto il prato della Fara, dove la giornata è proseguita con la musica della Piccola Orchestra Karasciò.
Una marcia dentro una rete più ampia
La Marcia si è inserita nella Settimana della Pace e nel percorso Tessiture di Convivenza, promosso dall’Università degli Studi di Bergamo e dal Comune insieme a una rete di realtà associative, sociali, educative e istituzionali.
La giornata è stata inoltre una delle tappe del Giro d’Italia per la Pace, promosso dal Coordinamento nazionale degli Enti locali per la Pace e i Diritti Umani e dalla Rete nazionale delle Scuole di Pace, con l’adesione del Coordinamento provinciale bergamasco e della Rete Bergamasca Pace e Disarmo.
La sindaca Elena Carnevali ha accolto la Lampada della Pace di Assisi, giunta da Roncadelle. Al centro degli interventi si sono intrecciati alcuni temi comuni: disarmo, responsabilità e convivenza, insieme alla proposta di una difesa civile non armata e nonviolenta e al richiamo all'esperienza dei corpi civili di pace. È stata ricordata anche la campagna Un’altra difesa è possibile, che ha superato le 50mila firme.
L’assessora alla Pace Marzia Marchesi ha ricordato come la pace non possa essere intesa come una condizione passiva, ma come un processo da costruire insieme, mentre la sindaca Carnevali ha richiamato la responsabilità delle comunità locali: camminare nella stessa direzione, pur con passi diversi, significa lavorare perché diritti e buona convivenza trovino spazio nella vita concreta delle città. Anche il rettore Sergio Cavalieri ha sottolineato il ruolo educativo e formativo dell’Università nell’imparare ad affrontare i conflitti in modo diverso.
«Non possiamo essere costruttori di pace mentre siamo costruttori di guerra»
Particolarmente netto l'intervento di don Cristiano Re, delegato vescovile per la Vita sociale e mondialità, che ha richiamato la necessità di «disarmare i cuori» e le parole, ma anche di interrogare l’economia del territorio.
La costruzione della pace, ha sottolineato, passa anche dalla capacità di non considerare la produzione bellica come qualcosa che non ci riguarda e dall'accoglienza di chi porta con sé sofferenze e paure.
Sul rapporto tra pace, lavoro ed economia è intervenuto anche Dario Acquaroli, referente della Rete Pace e Disarmo, richiamando la necessità di coinvolgere istituzioni e organizzazioni sindacali in una riflessione sulla riconversione della produzione bellica, evitando che il costo di questa trasformazione ricada sui lavoratori.
I giovani delle ACLI in testa al corteo
Tra i volti della giornata anche quelli di Mame Syll e Zyad Elanany, due giovani che hanno iniziato il loro percorso di Servizio Civile alle ACLI e che hanno partecipato alla marcia tenendo lo striscione in apertura del corteo.
Per Mame, il Servizio Civile rappresenta un'occasione per mettersi alla prova nel mondo del lavoro e, allo stesso tempo, per dedicare il proprio tempo a una realtà impegnata nell'aiuto alle persone. La partecipazione alla marcia diventa così anche un modo per prendere posizione di fronte ai tanti conflitti in corso e per sottolineare la responsabilità delle nuove generazioni nella costruzione della pace.
La giornata di Bergamo ha restituito così l'immagine di una pace costruita come pratica collettiva: attraverso le relazioni, l'educazione, il lavoro, le scelte economiche e la capacità di fare rete tra cittadini, associazioni e istituzioni. Una responsabilità che non riguarda soltanto le grandi decisioni internazionali, ma comincia dai territori e dalle comunità in cui viviamo.



















