Social, meme e cultura pop ci salveranno dalla guerra

di Dario Acquaroli

Formazione e Politiche Giovanili con delega all’abitare ACLI Bergamo

 

La guerra sta vincendo comunicativamente, per ora. E no, non come pensano alcuni: non grazie ai videogiochi sparatutto stile Call of Duty, che avrebbero plagiato le menti dei giovani, né per i meme di Trump creati con l’intelligenza artificiale, che spostano sempre più in là l’asticella della verità. Sta vincendo proprio perché questo tipo di medium, quello videoludico e quello dell’ironia sui social, è sempre stato denigrato dai nostri mondi. E oltre alla scarsa considerazione di questi fenomeni, i movimenti e l’economia sociale negli ultimi anni mostrano ancora una profonda incomprensione, oltre che uno scarso investimento, sulla comunicazione social. Basta controllare quanta parte dei budget di un progetto è destinata alla comunicazione, o la tendenza dei nostri mondi ad appaltare ogni anno decine di migliaia di euro ad agenzie comunicative, quando sarebbe molto più semplice assumere personale competente, magari che conosce bene l’ente per cui lavora. “Left can’t meme”, dicevano sul web qualche anno fa, riferendosi all’inclinazione a prendersi sul serio della sinistra e, più in generale, dei mondi sociali (quelli che iniziano le frasi di circostanza con un altro meme: “we live in a society”). Purtroppo, nonostante alcuni risultati, siamo ancora lì.

È vero che l’accelerazione tecnologica degli ultimi anni, compresa l’emersione di nuovi social e soprattutto dell’intelligenza artificiale, genera continui gap generazionali attorno a questi strumenti. Ma non è rifiutando questo processo, né improvvisandosi con qualche volantino fatto con l’intelligenza artificiale (peraltro quasi sempre molto brutto), che si risolve la questione.

In un tempo in cui quasi tutta la politica è comunicazione, anche il Terzo settore e l’economia sociale devono capire che è lì che si gioca gran parte del futuro. E la pace è il tema vitale su cui la comunicazione e la propaganda politica avranno effetti devastanti. Attenzione: ciò non significa che non serva la piazza con il “bandierone della pace”. Il corpo è importante e serve sempre, come testimonianza e presenza politica. Ma se ragioniamo oggi in termini di impatto e cambiamento sociale, soprattutto per far breccia tra chi non la pensa esattamente come noi, allora è chiaro che, se non posto la fotografia della manifestazione, se non ricondivido storie e video di quell’evento, se non costruisco, cioè, una narrazione, è quasi come se quella manifestazione non fosse mai avvenuta.

Sia chiaro: almeno in Europa e in Italia partiamo vincenti, per ora. I dati sui giovani italiani, che per circa il 70% sono contrari al riarmo e alla leva militare, così come le manifestazioni degli under 35 tedeschi contro il ritorno della coscrizione, testimoniano un sentimento di avversione verso la guerra che non è affatto scontato. Intanto però, subdolamente, in un mercato in cui conta sempre meno l’economia reale e sempre di più la finanza, che prova a giocare d’anticipo sul futuro del mondo, si muovono interessi miliardari sotto il cappello del “dual use” militare e civile (pensiamo a Musk o al mercato dei droni). Si tratta di investimenti che, banalmente, per generare il rendimento che un azionista si aspetta, devono continuare a finanziare la macchina bellica, ormai uno dei settori trainanti dell’economia globale.

Quindi, se non vogliamo trovarci tra cinque o quindici anni con un mitra in mano, forse è il caso di iniziare ora a controbattere alla normalizzazione delle guerre e all’algofobia — come la chiama il filosofo Byung-Chul Han — cioè l’anestesia collettiva del dolore a cui ci conduce il bombardamento mediatico. E in tutto questo, oltre al rischio di apatia che ci costruiamo come scudo di fronte alle immagini disastrose che passano i media, abbiamo giornali, pagine social e governi che fanno propaganda spinta per la guerra.

L’alternativa è una sola, anche in questo campo: investire risorse, studiare e far emergere i conflitti sociali alla base di ogni guerra, pianificare, sperimentare nuovi linguaggi e anticipare i trend comunicativi, economici e politici del futuro. Come fanno le imprese innovative, siano esse sociali o profit, dobbiamo “narrarci” e, al contempo, fare ricerca.

Sul primo punto, quello delle risorse, si è già detto abbastanza. Non si è mai visto un video TikTok di una cooperativa o di un’associazione, e tanto basta per commentare la situazione. Siamo talmente presi a fare le nostre cose (bellissime) che ci stiamo dimenticando del social più utilizzato dai giovani, che tra l’altro, provatelo, è una mezza droga. Senza accanirci per forza sul Terzo Settore, facciamo un altro esempio concreto: in Italia non esistono, come invece accade in Francia o negli Stati Uniti, content creator su Twitch - la principale piattaforma di streaming mondiale - che fanno informazione su politica e società che siano anche solo vagamente riconducibili ai nostri mondi. O almeno, ce ne sono, come il buon Dario Moccia, che a mio avviso è più incisivo comunicativamente con quattro parole rispetto a tutti i leader della sinistra degli ultimi anni, ma che si schiera solo ogni tanto, tra un videogioco e uno “sbustamento” di carte collezionabili. Perché giustamente il suo mestiere è un altro. L’intellettualismo dei nostri mondi ci ha portato talmente lontano da certi medium popolari - parola a cui siamo particolarmente legati, nelle sue molteplici accezioni - e questo è un problema. Finché non troviamo le persone adeguate e non investiamo risorse continuative, resteremo sempre un passo indietro.

Poi c’è il tema dello studio. In alcuni mondi della sinistra l’analisi dei meme e dei medium tecnologici, compresa la cosiddetta “cultura pop” (serie TV, videogiochi, fumetti), è già piuttosto avanzata e trova applicazione in pagine social, libri o in progetti a cavallo tra informazione, creazione di community e spazi sociali. Eppure, il mondo dell’associazionismo e dell’economia sociale, pur con timide sperimentazioni, non sembra ancora pronto a imbarcarsi in un’analisi approfondita del fenomeno. Ne parlano, se va bene, solo psicologi e filosofi quando trattano di adolescenti. I meme e alcuni trend dei video verticali, uno dei pochi mezzi rimasti ai giovani per prendere in giro un mondo a pezzi e immaginare un futuro alternativo, sono ancora considerati alla stregua di satira uscita male. E per evitare di offendere qualche ottantenne di provincia o un amministratore locale che ti ha fatto vincere un bando da due soldi, si evita un posizionamento comunicativo che invece avrebbe enorme appeal sui giovani. Proprio quei giovani che, dall’altra parte, stanno subendo attacchi mediatici e che, in pochi anni, potrebbero trovarsi in una situazione ingestibile, bombardati dalla propaganda bellicista.

Studiare significa anche sperimentare nuovi linguaggi. Raccontare la guerra oggi significa giocare a Valiant Hearts, Metal Gear Solid o Spec Ops: The Line, videogiochi-capolavoro che, a modo loro, narrano il dramma dei conflitti armati. Significa leggere Kobane Calling, o commentare insieme ai più giovani un anime come Attack on Titan, analizzare Fallout e attraverso questi medium decostruire gli stilemi tipici della guerra nazionalista. La guerra è morte, sofferenza, perdita di umanità. È già tutto lì, e non basta un commento davanti al caffè di cinquanta secondi per estrapolare il significato di una serie TV, di un fumetto o di un videogioco. Anzi, è proprio l’elemento narrativo di lungo periodo, o quello ludico — il fatto che sia tu a decidere cosa fare — a essere quanto di più immersivo e impattante ci sia per un giovane.

Se vogliamo sfidare i think tank neocon americani, quelli che da quindici anni preparavano l’avvento di Trump, serve certamente continuare ad analizzare in modo critico i problemi del presente ed evidenziare come si originano i conflitti. Ma questa analisi, da sola, non basta per rispondere alla spirale di violenza globale che vediamo. Se vogliamo anticipare i macrotrend del futuro, dobbiamo sperimentare linguaggi comprensibili ai più giovani e ai nativi digitali, magari creandone di nuovi, capaci di avere un’eco mediatica sui social tale da mettere in secondo piano i video dei soldati israeliani che ballano. Tutto questo sarà molto più efficace, spiace dirlo, di decine di manifestazioni frequentate da persone che si conoscono da una vita e che in quei luoghi “respirano” ancora un’identità (“amo, noi”, come direbbe qualche collega più giovane).

Il no profit deve iniziare a produrre videogiochi, commissionare fumetti, entrare nelle podcast company, creare TikTok con i giovani dei paesini delle aree interne (magari pagandone uno o due) analizzare le nuove serie TV tanto quanto le mosse della Cina sullo scenario internazionale. La guerra culturale per la guerra è già iniziata. E siamo ancora in tempo per vincerla, senza sparare un colpo, adottando gli strumenti comunicativi giusti, parlando di dialogo tra popoli e di un altro mondo possibile con meme, reel, fumetti, serie TV e videogiochi.

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