Il nuovo Piano Casa riporta finalmente l’emergenza abitativa al centro del dibattito politico, dopo decenni di interventi frammentari e insufficienti da parte di governi di qualsiasi colore.
Ma le misure annunciate appaiono ancora troppo deboli rispetto alla dimensione del problema: l’obiettivo di rendere disponibili oltre 100.000 alloggi in dieci anni si confronta con centinaia di migliaia di famiglie in attesa di una casa popolare e con oltre 4 milioni di nuclei che sostengono costi abitativi superiori al 30% del proprio reddito, secondo i dati Nomisma 2026.
Diverse perplessità sono state espresse anche dal presidente di Confcooperative Habitat, Alessandro Galbusera, e da Legacoop Abitanti. Preoccupano, in particolare, il mancato coinvolgimento della cooperazione abitativa e dell’economia sociale, la possibile alienazione di parte del patrimonio abitativo pubblico, la scarsità di vincoli sui nuovi interventi destinati alla locazione e le procedure accelerate per le operazioni sopra il miliardo di euro, che rischiano di favorire ancora una volta i processi di finanziarizzazione del settore abitativo.
Forse, al di là dei contenuti e delle coperture economiche del Governo, tutte da dimostrare, il problema più grande è che una questione così complessa richiede risposte altrettanto complesse e, soprattutto, la capacità di cambiare alcune regole del gioco. Non abbiamo bisogno soltanto di un Piano Casa, ma di diversi piani per l’abitare, capaci di rispondere a bisogni, target e progettualità differenti, soprattutto in regioni, zone e quartieri che vivono problemi molto diversi tra loro.
Serve, in altre parole, una nuova visione del welfare abitativo in questo Paese. Le caratteristiche multifattoriali del problema casa spingono ormai verso un approccio sistemico e multi-stakeholder, capace di cogliere differenze anche tra quartieri della stessa città. Il problema abitativo contiene variabili sociali, economiche, finanziarie e territoriali: gli sfratti per morosità incolpevole e quelli per finita locazione, l’aumento dei costi di costruzione e degli affitti, la gentrificazione e la turistificazione di intere aree urbane, la mancanza di fiducia dei proprietari, lo sfitto pubblico e privato, il service housing per i lavoratori delle imprese, l’ingresso dei fondi di investimento nel mercato immobiliare.
È troppo, per un singolo Piano Casa che si pone l’obiettivo di ristrutturare o costruire senza normare, innovare e ripensare in modo complessivo il welfare abitativo.




