di Luciano Fazio
Non lo sapevamo. Nessuno ce lo aveva detto. Nessuno ci ha chiesto se fossimo d'accordo. Eppure, da ormai cinque mesi, l'Italia partecipa, di fatto, alla guerra al fianco degli Stati Uniti contro l'Iran. Nel marzo scorso, il Governo italiano dichiarò: «Questa non è la nostra guerra», negando pubblicamente qualsiasi partecipazione all'aggressione contro Teheran. Del resto, si tratta di una guerra contraria al diritto internazionale. Inoltre, è una guerra "sporca", caratterizzata anche da attacchi contro i civili e contro infrastrutture essenziali, come gli impianti che garantiscono la distribuzione dell'acqua potabile. Quella presa di posizione pubblica avrebbe però nascosto un sostegno fornito in modo riservato.
Proviamo allora a ricostruire i fatti.
1. Stati Uniti e Israele attaccano l'Iran, usando basi militari situate nei Paesi del Golfo Persico, i cui governi potrebbero impedirne l'utilizzo e invece lo consentono.
2. L'Iran reagisce colpendo Israele, i Paesi che collaborano all'aggressione e le basi militari statunitensi presenti nella regione.
3. Da marzo, militari italiani sono schierati in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein con sistemi radar, batterie missilistiche e mezzi aerei. Secondo il Governo, la loro missione è «proteggere i cittadini italiani e sostenere i Paesi partner dell'area del Golfo». Ma, nei fatti, contribuiscono a difendere gli Stati che sostengono la guerra contro l'Iran, consentendo loro di continuare l'intervento senza sopportarne direttamente tutte le conseguenze.
Viene allora spontaneo chiedersi:
• In queste circostanze, l'Italia è dalla parte del diritto internazionale oppure no?
• Il sostegno militare ai paesi del Golfo che aiutano l’ attacco all’ Iran è una missione di pace o una partecipazione a una guerra?
• Perché il Governo nascose questa presenza militare fino a essere portata alla luce da un giornalista?
Non sono interrogativi marginali.
Una guerra di questo tipo non è un normale episodio di politica estera, ma una decisione che coinvolge direttamente la democrazia.
La Costituzione italiana afferma che la Repubblica «ripudia la guerra» come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e la ammette soltanto come estrema forma di difesa del Paese. Inoltre, questa partecipazione non è imposta da alcun obbligo internazionale.
Eppure i mezzi di comunicazione di massa dedicano pochissimo spazio alla vicenda. Il dibattito pubblico è pressoché inesistente. I social network sembrano distratti. Domina un grande silenzio, che riflette l’ imbarazzo di fronte a una partecipazione militare ingiustificata e contraria al diritto internazionale e che, d'altra parte, sembra essere considerata inevitabile in nome della "lealtà" nei confronti degli Stati Uniti.
Questa vicenda getta un'ombra inquietante sulla qualità della democrazia italiana.
Se la democrazia significa che il popolo partecipa alle decisioni fondamentali del Paese, allora la scelta di prendere parte a una guerra rappresenta uno dei suoi banchi di prova più importanti. E, sotto questo profilo, negli ultimi mesi l'Italia non sembra aver superato il test.
Mi torna alla mente L'anno che verrà di Lucio Dalla. In quella canzone si descrive una società che rimane «senza parlare per intere settimane», mentre fuori ci sono «i sacchi di sabbia vicino alla finestra»: l'immagine di un Paese che convive con la guerra senza reagire. Oggi quell’ immagine sembra inquietantemente attuale. L'Italia è coinvolta in una guerra, ma si continua a non parlarne.
La democrazia non può limitarsi a essere scritta nella Costituzione. Deve essere vissuta, praticata e difesa ogni giorno, soprattutto quando sono in gioco decisioni di tale gravità. Ecco dunque che, nell'Italia di oggi, la democrazia appare zoppa. Dov'è la coscienza collettiva? Dov'è la capacità di reagire, di partecipare e di essere davvero padroni del nostro futuro?




