Convegno Cisl/Acli. Don Re: «Grande opportunità, ma deve essere un’innovazione al servizio del bene comune». Benaglia, ex Fim-Cisl: «Anche il contratto dei metalmeccanici rimanda il tema. Incide la mancanza di competenze».
di Sergio Rizza | L'Eco di Bergamo, 16 luglio 2026
Le «res novae» dell’epoca spinsero Papa Leone XIII a promulgare la Rerum novarum. Era il 1891. Esattamente 135 anni dopo, le «res novae» di oggi hanno portato Leone XIV a licenziare la Magnifica humanitas.
Al centro, in entrambe le encicliche, c’è la società trasformata dalle innovazioni tecnologiche: a fine ’800, la rivoluzione industriale; oggi, l’intelligenza artificiale, capace di stravolgere il confronto tra capitale e lavoro, tra esigenze di benessere delle moltitudini, da un lato, e potere tecnologico detenuto dai pochi, dall’altro.
Per don Cristiano Re, delegato vescovile per la Vita sociale e la Mondialità della Diocesi di Bergamo, «la grande domanda che attraversa l’enciclica è: quale idea di uomo vogliamo che ispiri la società digitale che stiamo costruendo?».
Questione riproposta ieri mattina all’Abbazia di San Paolo d’Argon, dove Cisl e Acli di Bergamo hanno promosso un convegno proprio sull’IA e il lavoro partendo dalla prima enciclica di Papa Leone XIV, «un documento», ha continuato don Re, «rivolto a tutti» sin dal linguaggio usato. Un segno «significativo», perché il tema «non è fermare il progresso», ma far sì che «l’IA, grande opportunità, sia innovazione al servizio del bene comune».
Vogliamo la Torre di Babele, ossia «l’assolutizzazione del potere umano e della tecnica», notava ancora don Re seguendo la metafora del Papa, o la ricostruzione delle mura di Gerusalemme realizzata da Neemia, «capace di coinvolgere le famiglie, spingendo ognuna di esse a costruire il proprio pezzo di città?».
Francesco Corna, segretario generale della Cisl orobica, non è stato meno esplicito: «Vogliamo che le trasformazioni siano al servizio di tutti, non di alcuni. L’IA è controllata da pochi soggetti privati, non da governi soggetti al voto degli elettori. E questo è un problema».
E mentre Christian Spreafico, docente dell’Università di Bergamo, raccomandava «di essere preparati come mai lo siamo stati prima», perché l’IA «diventerà centrale nei processi aziendali», a patto di governarla «con spirito critico, più con competenze “filosofiche” e capacità manageriali che con competenze puramente digitali», a calare il tema nella «carne» del lavoro è stato soprattutto Roberto Benaglia.
Secondo l’ex segretario nazionale della Fim-Cisl, oggi presidente della Fondazione Pierre Carniti, «le regole del lavoro del ’900 stanno scricchiolando, bisogna agire. Ci vuole il protagonismo dei delegati azienda per azienda. Una volta era per il cottimo, oggi per l’algoritmo».
L’IA è un fenomeno complesso: «In alcuni casi viene invocata per risolvere una carenza di forza lavoro, in altri, come l’IT, la ricerca e sviluppo, il marketing, l’amministrazione o le reti commerciali, rischia di falcidiare l’occupazione». Inoltre, «se usata in un certo modo per i colloqui di assunzione o la stesura dei turni può aprire la strada a discriminazioni».
Ma non va demonizzata, tutt’altro: «Che l’Italia vada piano nell’adozione dell’IA è un problema. Bisogna accelerare, invece, per non farsi sorprendere un domani».
Benaglia ha citato, preoccupato, i dati Istat secondo cui la penetrazione dell’IA nelle imprese italiane con almeno dieci dipendenti è molto bassa: solo il 16,4%, specialmente nelle grandi aziende, nel 2025, contro il 5% del 2023. La mancanza di competenze ne frena inoltre l’applicazione nel 60% delle aziende che hanno valutato, ma poi scartato, investimenti in tal senso.
«C’è resistenza nelle Pmi. Lo stesso contratto dei metalmeccanici rimanda la questione. Non dobbiamo coltivare visioni apocalittiche», ha raccomandato, «ma contrattare livelli di controllo adeguati. Il tema è l’organizzazione del lavoro».
«La Siemens fa retromarcia sul controllo qualità e riprende gli ingegneri cui aveva rinunciato. I coreani hanno scioperato con successo alla Samsung e alla Hyundai per una più vantaggiosa ripartizione dei guadagni dell’azienda e una migliore gestione dei robot».
Per non restare indietro, la formazione è tutto: «La Fassi, a un corso per sindacalisti, ci ha dimostrato la duttilità nell’apprendere dei dipendenti senior».
È la linea dell’enciclica, in fondo. Una Magnifica humanitas che, nelle conclusioni di Roberto Cesa, presidente delle Acli bergamasche, fa cadere l’accento sull’aggettivo, «non per buonismo, ma per un richiamo al destino dell’umanità».
Ottimismo, dunque. È o non è, l’IA, «un collettore di memorie umane»?




