«Gaza è anche una straordinaria capacità di amore e di ricominciare»

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme: abituarsi alla sofferenza degli altri è una delle tentazioni più grandi e più pericolose del nostro tempo, perché anestetizza la nostra umanità e ci rende complici dell’indifferenza.


di Daniele Rocchetti per L'Eco di Bergamo di mercoledì 1 luglio 2026


Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, ha ricevuto lunedì sera a Bergamo, al Teatro Sociale, il Premio Limes per il Dialogo e la Pace, motivato dal «sapiente impegno volto a promuovere la convergenza tra popoli e religioni in Terrasanta». Ieri ha fatto ritorno nella Città Santa, dove vive da 36 anni.


La settimana scorsa lei è stato di nuovo a Gaza. Com’è andata la visita? E come ha trovato la comunità cristiana?

La visita è andata bene, nel senso che siamo riusciti a fare quello che ci eravamo proposti. Lo scopo principale era andare insieme, per esprimere solidarietà e vicinanza, ma anche, per quanto mi riguarda, fare il punto della situazione: verificare ciò che si sta facendo, capire cosa sia concretamente possibile realizzare e pianificare gli interventi nel lungo periodo.

Ci siamo concentrati soprattutto sulle strutture fondamentali: la scuola, la casa dei bambini e la nuova clinica medica. È un segno concreto di speranza e di assistenza, non solo per i cristiani, ma per l’intera popolazione della Striscia, che oggi ha un disperato bisogno di cure e di farmaci.

L’aspetto che però mi ha colpito e commosso di più è stato l’incontro con i giovani, tutti musulmani, dell’Università Al-Azhar. Quando è stato detto che siamo contrari alla violenza, tutti gli studenti si sono alzati in piedi ad applaudire.

Vedere ragazzi che hanno perso tutto, che avrebbero ogni motivo per essere pieni di rabbia, compiere un gesto del genere ti tocca profondamente. Per loro dire no alla violenza non è uno slogan: è una scelta radicale. Ho detto loro con chiarezza che l’odio è più pericoloso dei bombardamenti, perché genera soltanto altra violenza e distrugge il futuro dall’interno.

A quei giovani ho voluto lasciare un messaggio preciso: «Sarete voi a ricostruire Gaza». Nonostante le macerie e le condizioni drammatiche in cui vivono, non ho percepito rancore. Ho visto invece un desiderio ostinato di vivere, di studiare e di guardare al futuro.

Abbiamo poi celebrato l’Eucaristia nella parrocchia della Sacra Famiglia e ho ribadito alla nostra piccola comunità che siamo radicati in quella terra e che lì rimarremo: non li abbandoneremo mai. Perché Gaza non è soltanto guerra. Gaza è anche amore, dignità e una straordinaria capacità di ricominciare.


Come appare Gaza quando si entra? Quali immagini si è portato con sé quando è uscito?

Ci sono due aspetti che né i telegiornali né i social riescono davvero a restituire.

Il primo è l’incontro con le persone. Vedi con i tuoi occhi dove la gente è costretta a vivere. La metà della popolazione vive in tende, in rifugi di fortuna costruiti con materiali di recupero o teli di plastica, e molti dormono addirittura all’aperto.

Poi ti trovi davanti a una realtà che nessuna immagine può raccontare fino in fondo: le fognature a cielo aperto che scorrono tra le tende e, soprattutto, gli odori. C’è un odore acre, pesante, un misto di distruzione e di totale mancanza di igiene che ti si attacca addosso e che è impossibile spiegare a chi non è stato lì.

È forse la percezione più immediata della catastrofe umanitaria, ancora più eloquente di una fotografia. La grande maggioranza delle infrastrutture è stata distrutta, interi quartieri non esistono più. Ma è l’impatto diretto, visivo e, dicevo, persino olfattivo, che ti lascia senza fiato.

E poi c’è un’altra immagine, forse la più dolorosa: migliaia di bambini per strada, senza scuola. È una pena immensa. Sono generazioni di piccoli che hanno conosciuto soltanto l’orrore, che non hanno più un’aula dove sedersi, che vagano tra le macerie o trascorrono ore in fila, sotto il sole, nella speranza di ricevere un pasto.

Questa interruzione della normalità, questa perdita dell’infanzia e della dignità, è una ferita profondissima. È una sofferenza collettiva che, dal punto di vista morale, non possiamo in alcun modo giustificare né accettare.


Ha ripetuto che non li abbandonerete mai. Ha paura che, invece, il mondo si stia abituando alla loro sofferenza?

Non illudiamoci: è già così. Le notizie sono sempre più veloci, durano poco, mentre una realtà così complessa richiede tempo, attenzione e continuità. Tutto questo, purtroppo, sta venendo meno.

I media accendono i riflettori nei momenti delle grandi esplosioni o dei picchi di violenza, ma la quotidianità del dolore, il logorio della sopravvivenza, finiscono facilmente per scomparire dal racconto. Eppure è proprio lì che si consuma la tragedia.

Abituarsi alla sofferenza degli altri è una delle tentazioni più grandi e più pericolose del nostro tempo, perché anestetizza la nostra umanità e ci rende complici dell’indifferenza.


Il rischio, allora, è che Gaza resti un’enclave chiusa e dimenticata dal mondo?

Il pericolo che vedo è un altro, ed è forse ancora più grave: che questa situazione finisca per stabilizzarsi. Una condizione di non pace e non guerra, immobile, che non va né avanti né indietro.

Lasciare le cose così sarebbe la soluzione peggiore. Un conflitto congelato sulle macerie è un’ingiustizia permanente. Significa condannare un intero popolo a vivere nel limbo della distruzione, senza la possibilità di ricostruire e con la costante minaccia di una nuova esplosione di violenza.

Non possiamo accettare che quella che oggi è una tragedia eccezionale diventi la normalità di domani.


A Gaza, come nel resto della Terra Santa, come Patriarcato vi state concentrando soprattutto sulla scuola e sulla sanità. Anche per dare un futuro alle migliaia di bambini che vi abitano. Dal punto di vista della salute mentale, come si cura il trauma di una generazione cresciuta sotto le bombe?

Prima di andare a Gaza pensavo che la priorità fossero soprattutto i medicinali e gli aiuti materiali. Sono indispensabili, naturalmente. Ma quello che tutti mi chiedono, con maggiore insistenza, è un accompagnamento psicologico, soprattutto per i bambini.

È un problema molto serio. E riguarda non soltanto Gaza, ma anche Israele: entrambe le popolazioni vivono ancora nel pieno del trauma.

Curare queste ferite non è come ricostruire un edificio. Le macerie interiori sono molto più profonde di quelle di cemento. Parliamo di bambini che hanno perso ogni punto di riferimento, che vivono nella paura e sobbalzano a ogni rumore.

Per guarire una generazione traumatizzata non bastano, pur essendo necessarie, le terapie cliniche. Occorre ricostruire la fiducia nell’altro, restituire ai bambini la possibilità di fare esperienza della bellezza e della normalità.

Per questo la scuola è fondamentale. Non è soltanto il luogo dove si impara, ma il primo spazio di protezione, di relazioni sane e di vita condivisa. Se non riusciamo a spezzare il legame fra trauma e rancore, rischiamo che l’odio diventi l’unico linguaggio con cui questi bambini guarderanno al futuro.


Lei ha detto che «non dobbiamo guardare gli altri dall’alto in basso o con paura, ma con il cuore». C’è però una questione cruciale: da entrambe le parti esiste una «memoria tossica». Come si educa alla guarigione della memoria, soprattutto tra le nuove generazioni?

Di nuovo attraverso la formazione e l’educazione. Dobbiamo guardare alla storia: anche l’Europa, ottant’anni fa, è uscita da drammi atroci e distruttivi.

Per ripartire c’è voluto un impegno corale e generale a ogni livello: nelle università, nei centri di formazione, nelle scuole e nei media. È stato necessario un lungo e faticoso lavoro di elaborazione di quello che era accaduto, senza scorciatoie.

Anche noi, oggi, abbiamo assoluto bisogno di fare lo stesso percorso. Nella nostra realtà tutto questo è molto più complesso, molto più doloroso e faticoso, perché le ferite sono ancora aperte e sanguinanti, ma la strada è solo quella. Non ce ne sono altre.

Non ci sono scorciatoie magiche: la guarigione della memoria richiede tempo, pazienza e il coraggio di insegnare ai ragazzi a riconoscere il dolore dell’altro, senza che questo annulli il proprio. La scuola deve diventare il luogo in cui si disinnesca il racconto dell’odio.


È andato a Gaza, di nuovo insieme a Teofilo III, Patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme. Lei ha spesso detto che in questa fase i leader religiosi fanno fatica a trovare una voce comune. La vostra visita insieme è stata un segno molto forte.

Era fondamentale andare insieme. Come ho detto più volte, qualunque cosa si faccia in questo momento, dobbiamo farla insieme.

«Insieme» significa che i cattolici devono muoversi con gli ortodossi e aprirsi al dialogo con gli ebrei e con i musulmani. L’incontro che abbiamo avuto all’Università Al-Azhar a Gaza è nato proprio da questa prospettiva.

Ecco perché ci tengo molto: ovunque io vada nelle mie visite pastorali, cerco sempre di incontrare tutte le altre autorità religiose e civili.

Ci troviamo in un contesto ferito, dove ciascuno, per paura o per difesa, tende a restare chiuso nelle proprie enclavi. Di questo rischio delle enclavi ne ho parlato apertamente anche nella mia ultima lettera pastorale.

Noi, invece, vogliamo proporre un modello opposto: vogliamo essere una comunità che ha sì le sue mura e la sua identità, ma che mantiene le porte sempre aperte a tutti.

La presenza congiunta mia e del Patriarca Teofilo III a Gaza voleva dire proprio questo: la Chiesa non si divide di fronte alla sofferenza, ma si unisce per costruire ponti.


Abbiamo parlato di Gaza, ma in Cisgiordania si assiste a una progressiva, silenziosa e violenta accelerazione delle occupazioni e degli insediamenti. Qual è la situazione reale che riscontra sul campo e quali rischi vede per il futuro?

È una domanda cruciale, perché non possiamo dimenticare che la questione palestinese è un tutt’uno: Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme sono strettamente collegate.

Non si può pensare di pacificare una parte dimenticando o ignorando l’altra. Anzi, dico spesso che è proprio in Cisgiordania che si sta decidendo, nel silenzio, il futuro profondo di questo conflitto.

Oggi nella West Bank assistiamo a una realtà drammatica, dove sembra vigere unicamente la legge del più forte. Siamo di fronte a una progressiva frammentazione del territorio e a un aumento impressionante delle aggressioni da parte dei coloni estremisti, che agiscono in un clima di preoccupante impunità, spesso a causa della totale assenza o inazione delle autorità dello Stato.

Questo non fa che esasperare gli animi e distruggere ogni giorno di più la fiducia e la vita quotidiana della popolazione palestinese, comprese le nostre storiche comunità cristiane.


Lei ha condannato senza riserve l’orrore del 7 ottobre 2023, ma ha anche ricordato che la storia non inizia quel giorno. Perché è fondamentale non cadere in questo cortocircuito della memoria?

La condanna per le atrocità del 7 ottobre resta assoluta e senza appello: niente può giustificare quell’orrore contro i civili.

Ma il dovere della verità ci impone di riconoscere che quella tragedia non è nata nel vuoto. Dire che la storia non inizia il 7 ottobre significa ricordare che siamo dentro a una crisi strutturale che dura da decenni, alimentata da una perdurante occupazione militare e dalla mancata soluzione della questione palestinese.

Isolare quel giorno dal suo contesto storico è un errore imperdonabile: significa guardare l’ultimo sintomo di una malattia ignorandone le cause profonde.

Se vogliamo spezzare la catena dell’odio, dobbiamo avere il coraggio di affrontare la storia nella sua interezza per sanarla, non per usarla come pretesto per altra distruzione.

Inaugurazione anno associativo con gli Inti-Illimani!

Inaugurazione anno associativo con gli Inti-Illimani!

Sabato 19 settembre al Teatro Serassi di Villa d'Almè
Il diritto all’abitare ha bisogno anche di te

Il diritto all’abitare ha bisogno anche di te

Il progetto "AbitAzione" cerca Tutor abitativi
Nuove competenze per il sociale

Nuove competenze per il sociale

Il corso Management delle Imprese Sostenibili di ITS Move Academy
Riscaldiamo l'inverno 3.0: un report di progetto

Un progetto in cammino contro la povertà energetica

Ottanta famiglie coinvolte e una rete al lavoro tra sostegno alle bollette,...
Magnifica Humanitas

Magnifica Humanitas

Un invito ad approfondire l'Enciclica di Papa Leone XIV