Due 11 settembre, una sola lezione: la Storia che non abbiamo imparato

Da Allende alle Twin Towers, dalla memoria del golpe cileno alle guerre di oggi: cosa rischiamo di dimenticare


In occasione dell’11 settembre, L’Eco di Bergamo pubblica oggi un intervento di Roberto Cesa che intreccia la memoria di due date destinate a segnare la storia contemporanea: il golpe cileno dell’11 settembre 1973 e l’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2001.


Una riflessione che parte dalla memoria per interrogare il presente, segnato ancora una volta dalla guerra e dall’indebolimento della diplomazia, e richiama il ruolo delle ACLI e dei corpi intermedi nella costruzione di una cultura di pace. Un percorso che conduce fino al ritorno a Bergamo degli Inti-Illimani, attesi sabato 19 settembre al Teatro Serassi di Villa d’Almè per l’inaugurazione dell’anno sociale delle ACLI di Bergamo e l’apertura della Settimana della Pace.


Pubblichiamo di seguito integralmente l’intervento apparso su L’Eco di Bergamo di venerdì 11 settembre 2026.

Due 11 settembre, una sola lezione: la Storia che non abbiamo imparato

di Roberto Cesa


Nonostante sia passato un quarto di secolo, tutti ricordiamo dove eravamo e cosa stavamo facendo quel giorno, l’11 settembre del 2001. Il fermo immagine è nitido, tanto quello delle torri che paiono immensi comignoli industriali nel pieno della fumata nera, quanto quello della nostra memoria personale. Io ero un bambino che frequentava da pochi giorni la terza elementare, ricordo che il martedì non si stava a scuola il pomeriggio e poco prima delle tre – ora italiana – stavo guardando la «Melevisione», programma cult per noi bimbi nati negli anni ’90.

È esercizio complesso e delicato provare a capire come sia cambiato il mondo da allora, il rapporto fra Occidente, Medio Oriente e Oriente, il rapporto fra le religioni. Quali conseguenze di carattere geopolitico ed energetico si ripercuotano ancor oggi sulle nostre economie e società. Quanto bene abbia fatto alla democrazia su scala globale la linea di contrasto al terrorismo che serbava il desiderio di «esportarla» in Afghanistan e, soltanto un paio d’anni più tardi, in Iraq.

Quest’ultimo aspetto mi pare ci interroghi in modo particolare nell’anno che stiamo vivendo. 2026, il tempo della riaccensione dopo quarantacinque anni delle ostilità fra Stati Uniti – al seguito di Israele – e Iran, lo stato che separa latitudinalmente proprio Afghanistan e Iraq. Spregiudicatezza, oltre all’evidente disprezzo per la vita umana? Incapacità di trarre insegnamento dalla Storia, pur recente?  


11 settembre 1973

La mancanza di rielaborazione di ciò che è stato e ha rappresentato l’11 settembre 2001, per una perfida coincidenza di date, evoca un facile parallelismo con l’11 settembre più drammatico del secolo precedente, quello del 1973. Quello del golpe cileno guidato dal generale Augusto Pinochet, che costò la vita al presidente in carica democraticamente eletto, Salvador Allende; colui che, in braccio il fucile e in testa l’elmetto, mantenendo viva la comunicazione via radio con la sua gente, tentò fino all’ultimo di difendere la libertà del popolo cileno.

Gli 11 settembre, americano e cileno, rappresentano per generazioni differenti momenti spartiacque di spavento, violenza e della Storia che, nonostante tutto, ci ricorda che in alcuni momenti è in grado di far girare i suoi ingranaggi al contrario.

Oggi, pare proprio uno di quei momenti. Cinquantasei teatri di guerra aperti nel mondo, molti dei quali distanti, distantissimi dalla possibilità che cali il sipario in tempi brevi. La risoluzione del conflitto russo-ucraino pare la tela di Penelope, Gaza e Cisgiordania sono le porzioni più dolorose della cancrena israelo-palestinese.

A migliaia di chilometri di distanza è quasi umanamente impossibile non assuefarsi un poco alla volta all’esistenza di queste ferite sulla mappa globale. Si finisce così per parlare prevalentemente di guerre russo-ucraina e israelo-palestinese, annacquando progressivamente e, forse, involontariamente le responsabilità molto diverse fra le parti. Ricordiamolo: un’invasione armata per mano russa nei confronti dell’Ucraina, uno sterminio per mano israeliana nella Striscia di Gaza e in larghe aree della Cisgiordania.

Sempre riguardo i focolai che non accennano a estinguersi, ancora più assurda è la vicenda dell’annunciata chiusura del conflitto in Iran. Annunciata nel senso che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato l’imminente conclusione delle ostilità fra Stati Uniti e Iran con una cadenza bisettimanale, se non settimanale, da marzo ad oggi. Frammenti di pazzia che non dureranno ancora per molto o pietra tombale sul ruolo della diplomazia internazionale, quantomeno per come fin qui l’abbiamo conosciuta?  


La memoria italiana

Ma torniamo ai nostri 11 settembre e alla loro memoria. In termini di rielaborazione, individuale o collettiva, le due vicende divergono. Se, come scrivevo poc’anzi, si fa fatica a individuare quale lezione abbiamo appreso post caduta delle Twin Towers, la stessa cosa non si può certo dire, quantomeno a livello italiano, per i fatti Santiago del Cile.

Il golpe di Pinochet, come spesse volte ha ricordato dalle colonne di questo giornale il senatore Gilberto Bonalumi, ha provocato in tutto il mondo occidentale la consapevolezza che chi si fa portatore delle istanze di giustizia sociale, pur venendo eletto democraticamente, deve affrontare quasi sempre forze avverse, antidemocratiche se non imperialiste.

La storia della Repubblica italiana non è avara di episodi che avrebbero potuto sfociare in un colpo di stato. Dalla costituzione dell’organizzazione Gladio al «tintinnar di sciabole» del generale De Lorenzo, passando per Piazza Fontana e tutta la stagione della cosiddetta «strategia della tensione».

Per fortuna, fors’anche per scongiurare una deriva come quella cilena, per combattere il terrorismo di fine anni ’70 le forze politiche fecero fronte comune, dando avvio alla stagione del «compromesso storico». Non è esagerato affermare che la consapevolezza generata dal sacrificio di Allende e della democrazia cilena abbia fatto crescere in Italia una sensibilità politica che contribuì in modo decisivo a salvare la democrazia.

In «Salvador», grande brano cantato dai Nomadi e ispirato dalla vicenda del presidente cileno, l’ultima strofa recita così: «Un popolo non può morire, non si uccidono idee» perché «sopra una tomba senza nome, nasceva la coscienza». Una lezione di Storia della quale, anche oggi, può essere preziosissimo fare memoria.  


Per rielaborare, il ritorno degli Inti-Illimani

La faticosa rielaborazione che ho provato sin qui ad attenzionare non può che essere motivo di riflessione per le Acli e per tutte le organizzazioni impegnate sul fronte della formazione e della pedagogia sociale. La stagione che stiamo vivendo credo ci imponga di non restare indifferenti e di porci come autentici «corpi intermedi di Pace».


Di qui la scelta di dedicare, ormai da qualche anno, l’inizio dell’anno associativo all’impegno per la Pace e di «raddoppiare» nei prossimi giorni ospitando un evento di rilievo nazionale dal suono internazionale e pacifista. Sabato 19 settembre, alle 20.45 al Teatro Serassi di Villa d’Almè, faranno ritorno in Italia – per l’inaugurazione dell’anno sociale delle Acli di Bergamo e dell’apertura della «Settimana della Pace», che animerà la comunità bergamasca sino a domenica 27 settembre – gli Inti-Illimani, lo storico gruppo cileno voce della resistenza e dell’impegno civile latino-americano.

Nella parte finale del concerto interverrà Elio Biffi, noto esecutore e ricercatore di musica popolare. Nati nel 1967, gli Inti-Illimani sono una delle formazioni più rappresentative della Nueva Canción Chilena, il movimento artistico che ha intrecciato musica popolare, poesia e impegno politico, dando voce alle aspirazioni, alle lotte e ai sogni dei popoli dell’America Latina.


Con il tour «De vuelta a casa», in questa settimana stanno girando i teatri di mezza Europa e per due date, una a Villa d’Almè e una a Roma, faranno capolino in Italia. Ospitarli è motivo di orgoglio, nella speranza che la loro musica rievochi, foss’anche solo per una notte, i moti di coscienza di allora.

Perché gli 11 settembre suonano in questo settembre più attuali che mai. Attuali e sconvolgenti, come le parole di Allende, diffuse con voce metallica al popolo cileno in procinto di perdere la sua libertà: «In nome dei più sacri interessi del popolo, in nome della Patria, mi appello a voi per dirvi di avere fede. La storia non si ferma né con la repressione né con il crimine. Questa è una tappa che sarà superata. Questo è un momento duro e difficile: è possibile che ci schiaccino. Ma il domani sarà del popolo, sarà dei lavoratori. L’umanità avanza verso la conquista di una vita migliore».


Parole di fede e di speranza che, nella bocca di un uomo ben conscio del proprio destino di lì a poche ore, possono suonare folli. Come folle, o perlomeno anacronistico, ci sembra pronunciare la parola «Pace» ai giorni nostri. Tuttavia, come scrisse Christian Bobin in conclusione a quel saggio tanto breve quanto sapiente che è «L’uomo che cammina», «forse non abbiamo mai avuto altra scelta che tra una parola folle ed una parola vana»

Domenica 27 settembre Bergamo si mette in cammino per la pace

Domenica 27 settembre Bergamo si mette in cammino per la pace

Tappa del Giro d'Italia per la Pace: due i meeting point
Per/corsi: rinnovato il catalogo per le scuole

Per/corsi: rinnovato il catalogo per le scuole

La proposta formativa di ACLI Bergamo e Molte Fedi per le scuole secondarie
Il lavoro tra democrazia, IA, diritti e partecipazione

Il lavoro tra democrazia, IA, diritti e partecipazione

A Verona il 57° Incontro Nazionale di Studi ACLI
Inaugurazione anno associativo con gli Inti-Illimani!

Inaugurazione anno associativo con gli Inti-Illimani!

Sabato 19 settembre al Teatro Serassi di Villa d'Almè
Il diritto all’abitare ha bisogno anche di te

Il diritto all’abitare ha bisogno anche di te

Il progetto "AbitAzione" cerca Tutor abitativi