Siamo in un tornado in formazione e gli esiti sono impossibili da prevedere

Un incontro - quello di lunedì 17 novembre al Cincema Conca Verde di Bergamo - che ha visto protagonisti l'ex presidente del Consiglio Mario Monti e Sylvie Goulard, ex vicegovernatrice della Banca di Francia, nell'ambito della conferenza all'interno di "Molte fedi sotto lo stesso cielo".

 

L'analisi di Monti si concentra su un "tornado in formazione" che minaccia l'Europa, a causa della "prepotenza dell'America a guida Trump" e dell'"ignavia europea". Goulard, dal canto suo, sottolinea come il nazionalismo stia intossicando l'Europa e la necessità di uno "spirito di dialogo e cooperazione" per superare le sfide attuali, criticando l'incapacità dei singoli paesi europei di fare fronte comune a livello globale.

 

Monti: siamo in un tornado in formazione e gli esiti sono impossibili da prevedere

di Vincenzo Guercio su L'Eco di Bergamo del 18 novembre 2025

 


«Oggi siamo nel punto centrale di un tornado in formazione, i cui esiti sono impossibili da prevedere». L'analisi non viene da professionisti dell'allarmismo mediatico, ma dall'economista e senatore a vita Mario Monti.

 

Il presidente del Consiglio ai tempi del rischio default, quando lo spread toccò i 575 punti e affondò il governo Berlusconi, è stato il superospite, ieri sera, al cinema Conca Verde, insieme a Sylvie Goulard, già vicegovernatrice della Banca di Francia ed europarlamentare, dell'ultima conferenza 2025 di Molte fedi sotto lo stesso cielo. Lo ha ricordato, nella breve introduzione, il presidente delle Acli Bergamo, Roberto Cesa. Tema e titolo dell'incontro, condotto, con non comune competenza e preparazione, dal giornalista e politologo Franco Cattaneo, «Europa: grande da morire?».

 

Cinema pieno, 500 persone convenute, evento sold out. «Un mondo extra-futuro», spiega Monti, alludendo ai travolgenti progressi tecnologici in corso, «si mescola con un mondo al trapassato remoto, che pure proviene dagli Usa e dalla Silicon Valley». Un avvenurismo impetuoso è o impetuoso è in mano a un sistema politico che «sta cancellando quanto creato negli Stati Uniti, in decenni di storia, per dare credibilità e forza al capitalismo di mercato», contenendo lo strapotere del monopolismo affaristico: distinzioni invalicabili fra potere pubblico e privato, agenzie indipendenti, antitrust, ecc. «Uno schema globale di stato di diritto che in un anno è stato smantellato, con l'affermazione di una politica fondata sui rapporti di forza e su una visione unilaterale, bilaterale se fa comodo, mai multilaterale».

 

Quelle garanzie, quelle conquiste democratiche e pluralistiche, quegli argini agli strapoteri monopolistici, «noi in Europa le abbiamo diligentemente presi dagli Usa, anche in vista di una unificazione con un parlamento democraticamente eletto. Ora siamo ancora convinti della bontà dei nostri valori, in parte ripresi dalla tradizione americana, ma vediamo distintamente la nostra debolezza». La «prepotenza» dell'America a guida Trump e la nostra «ignavia» creano il combinato composto che definisce questa difficile stagione storico-politica. «Per 25 anni abbiamo pensato di costruire un'Unione senza politica estera e senza difesa comune. Oggi rischiamo di essere espropriati di quel poco di sovranità che ci resta, ma siamo poco atti a difenderci perché ci rendiamo conto che la nostra sicurezza è in mano a quello stesso personaggio che emette diktat», insieme a dazi e considerazioni assai poco lusinghiere nei confronti dell'Europa.


«Dover assicurare la difesa dell'Ucraina ci porterà forse a dover rinunciare a pezzi d'Europa già costruita, perché il nostro più forte alleato minaccia di abbandonarci a noi stessi. Non avendo provveduto alla nostra difesa rischiamo di dover disintegrare quel tanto di unione che abbiamo costruito. Già abbiamo perso parte della nostra libertà per la nostra subordinazione a quello che normalmente consideravamo nostro alleato. Ecco cosa vuol dire rinunciare alla difesa. È probabile che, se facciamo cose sgradite a Trump, lui ci molli, in termini di sicurezza. Ma quanto è probabile che, se pure ci affanniamo a fare cose a lui gradite, lui ci difenda davvero in caso di attacco?».


Dubbio tanto più lecito, vista la considerazione così scarsa che The Donald ha mostrato nei confronti dell'Ue e i molti dubbi che ha espresso in ordine all'articolo 5 della Nato. «Siamo di fronte a un azzardo incredibile, per quanto riguarda i destini dell'Europa».


Il titolo dell'incontro (Europa, grande da morire?) chiaramente ricalca, come notato da Cattaneo, quello di un libro recente di Sylvie Goulard, coprotagonista della serata: «Il nazionalismo è il veleno che sta intossicando l'Europa, che non guarda ciò che l'Europa è, ma il suo passato». Un continente che deve «allargare al mondo il suo sguardo, che assiste a una rivoluzione tecnologica che non ha creato». 
Anche se tanti giovani emigrati europei hanno contribuito al successo tecnologico americano. «La cosa più importante in Europa è lo spirito. La volontà di superare il nazionalismo. Se riusciamo a ritrovare lo spirito di dialogo e cooperazione le soluzioni tecniche ci sono e si possono trovare». I nostri governi «credono di poter stare in un'Europa forte se la vedono come un bancomat, ma non fanno più niente per consolidare la casa comune. Così non durerà. Da decenni ci muoviamo come se non ci fosse una casa comune da costruire. Da sole né Francia né Germania né Italia sono in grado di pesare. Il risultato politico delle posizioni dei singoli paesi europei è zero». Forte della sua esperienza al G20, Goulard osserva: «Se non ci organizziamo per essere un interlocutore unico di fronte al mondo, gli altri come possono prenderci sul serio? Noi avevamo 11 rappresentanti, gli Usa due, la Cina due. Non ci prendono sul serio e possiamo dire che ce la siamo cercata».










 

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