Da Milano a Bruxelles, passando per Cortina

di Roberto Cesa, presidente ACLI Bergamo


Dalle Dolomiti di Cortina e dalle Alpi Retiche spira fin in pianura un vento speciale. Soffia in queste settimane lo “spirito olimpico”: una brezza che – potere dello sport, praticato o ammirato – rinfresca la mente, trasforma le divisioni in sane competizioni e converte l’aggressività in agonismo.

I Giochi Olimpici sono più d’ogni altra manifestazione sportiva un simbolo di Pace. Costituiscono in sé un evento di Pace, sin dai tempi della “Tregua Olimpica”, istituita nel IX secolo a.C. per consentire agli atleti di recarsi a Olimpia e gareggiare in sicurezza. Ai giorni nostri, fa effetto meditare su quei cinque cerchi di colori diversi che si tengono stretti. 56 conflitti armati in corso, 120 milioni di profughi nel solo 2025. Sono numeri impressionanti, fatti di carne e dinanzi ai quali anche la speranza più profonda, quella ancorata nella fede, vacilla. Tuttavia, voglio provare a condividere una nota di ottimismo.


Sono rimasto particolarmente colpito dalla cerimonia inaugurale dei Giochi Olimpici di Milano Cortina 2026. Molto si è detto sulla serata, nel complesso ben riuscita, e ancora se ne parla a dieci giorni di distanza – più per la scadente telecronaca RAI e per i risvolti politico-aziendali della vicenda. Quel che più mi ha impressionato è stato il pubblico, il suo coinvolgimento. I quasi 70.000 di San Siro che hanno fatto la loro parte e non solo sotto l’aspetto coreografico.

Una menzione speciale, prima di addentrarci nella riflessione, la merita lo stadio intitolato a Giuseppe Meazza. Continuando il parallelo con la Grecia antica, San Siro è un tempio e la sua mistica la sera del 6 febbraio ha raggiunto livelli forse mai toccati prima. Perché all’emozione sportiva, alla trepidazione del grande evento, si è mescolato un altro ingrediente: la malinconia. Del resto, la cerimonia di apertura dei Giochi verrà ricordata anche per essere stata “l’ultimo ballo” alla Scala del Calcio, l’ultima “notte magica” prima della demolizione


Ma torniamo al pubblico. Durante l’inaugurazione si sono alternati frangenti ritmati e partecipati, a silenzi in ammirazione di alcune pregevoli performance, a momenti di estasi – su tutti il gran finale con l’accensione del braciere olimpico in contemporanea a Cortina e a Milano, in una cornice esterna allo stadio. Accanto a questi, abbiamo potuto però apprezzare anche qualche lampo dal sapore più politico.

Nel momento in cui sono state presentate le principali istituzioni presenti, due fra loro hanno catturato la scena, suscitando reazioni agli antipodi. Da un lato, il Presidente della Repubblica Sergio Matterella, dall’altro il Vicepresidente degli Stati Uniti d’America J.D. Vance. Il Capo dello Stato, investito di un ruolo attivo durante la cerimonia, è stato accompagnato in ogni passaggio dall’orgogliosa ovazione della folla. Il Paese riconosce in lui la propria parte migliore e gli affida la custodia del sacro fuoco dei valori su cui fonda la Repubblica. Accoglienza opposta quella riservata a Vance. Penso che se al suo posto fosse stato presente il Presidente degli Stati Uniti stesso, non avrebbe ricevuto lo stesso trattamento. Vance incarna il volto oltranzista del trumpismo e del movimento MAGA e come tale è percepito. Il nuovo volto che gli U.S.A. vanno mostrando al mondo: avaro di scrupoli, incline al sopruso (nei confronti di pacifiche minoranze interne come di altre nazioni), sprezzante nei confronti dell’Europa. Tratti che al popolo italiano evidentemente non piacciono e che alle elezioni di midterm in calendario a novembre capiremo se hanno ancora ascendente sul popolo americano.


Gli altri momenti politicamente rilevanti si sono concentrati nella sfilata delle squadre nazionali. Al netto degli azzurri, l’accoglienza più calorosa San Siro l’ha riservata alla nazionale ucraina. Di converso, lo stadio non è riuscito a dissimulare il proprio disappunto al passaggio dei portacolori di Israele.

Rimetto in fila, facendo sintesi: pubblico sostegno a Mattarella e all’Ucraina, aperta contestazione all’attuale governo degli Stati Uniti (la selezione americana non è stata fischiata) e a Israele. Credo che, se il peso delle ideologie non zavorrasse i principali media nazionali nel racconto quotidiano, non mi troverei stupito – e rallegrato! – nel registrare la sequenza appena descritta. Perché una linearità c’è e la troviamo nello stare dalla parte degli oppressi e di chi li difende, disprezzando invece chi esercita il potere avendo sé stesso come unico metro.


Nonostante il ginepraio dell’accesso all’informazione, certe evidenze macroscopiche riescono sempre e comunque a emergere. E tutti riusciamo a farcene un’idea, quindi a discernere e a distinguere statisti da fascisti, aggrediti da aggressori. Tagliando corto: gli italiani non sono rimbambiti.

Ho letto di recente un’intervista a Jonathan Safran Foer, in cui lo scrittore americano sostiene come il male dell’Occidente non stia nella polarizzazione, ma nella progressiva erosione delle coscienze. Quanta verità! L’unico aspetto positivo è che, a parer mio, non siamo ancora arrivato al punto di non ritorno.

Concludo con un pensiero su un’altra partita che si sta disputando in questi giorni e che, pur non assegnando medaglie, risulta decisiva per il nostro Paese. Siamo reduci da un Consiglio Europeo di estremo rilievo, in un momento in cui in cima all’ordine del giorno dell’agenda continentale vi sono gli istituti della cooperazione rafforzata e la rotta verso il “federalismo pragmatico”, nella formulazione coniata da Mario Draghi. Si tratta di voler rilanciare l’Unione, o almeno il suo nucleo centrale, come blocco sovranazionale unitario, in un’operazione che prevede necessariamente una parziale cessione di sovranità degli stati membri e che sfida a visa aperto Stati Uniti, Cina e Russia.


Il gradimento dell’Unione Europea oggi non è elevato. La scommessa, anche in questo caso, passa dalla fiducia nel fatto che gli italiani non siano rimbambiti. I cittadini sono scoraggiati dal limbo in cui da vent’anni giace il processo di integrazione europea, ma non sono così sprovveduti da pensare che l’Italia si basti da sola. Né così ingenui da fare cieco affidamento su “l’ombrello americano” come unica vera protezione.

Un’Europa in cui finalmente qualcosa si smuove raccoglierebbe consensi crescenti, ne sono convinto. E la sua marcia risulterebbe più spedita proprio in virtù di tale consenso. Fossi nella Presidente del Consiglio Meloni starei attenta a pattinare sul filo dell’ambiguità, come fatto finora, fra l’essere sodale di Merz e amica di Trump…

Quello dell’integrazione europea rimane un (irrinunciabile) lungo percorso zeppo di ostacoli. Una sorta di slalom gigante. Fra i leader del Vecchio Continente però, con buona pace loro, non mi sembra di scorgere alcuna Federica Brignone… ciononostante, bisogna crederci! È proprio la storia olimpica della campionessa azzurra che ce lo insegna: i miracoli si possono fare, anche in meno di un anno. Pure se, come per l’Europa, la rincorsa incomincia proprio quando si è in pezzi.

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