80 anni al fianco di chi ha più bisogno

Intervista a cura di Sergio Rizza per L'Eco di Bergamo di mercoledì 18 marzo 2026, in vista delle celebrazioni per gli 80 anni delle ACLI di Bergamo.

Il presidente Roberto Cesa: «Formazione e servizi le nostre direttrici. Accompagniamo famiglie e disoccupati». Sull’abitare un progetto con la Diocesi










 

Le prime radici delle Acli, le Associazioni cristiane dei lavoratori italiani, attecchirono nella Roma appena liberata dai nazisti, nel 1944. La piantina germogliò in tutta Italia. Il 23 settembre del 1945, a Lovere, si tenne il Convegno dei Pionieri, debutto provinciale delle Acli, mentre il 19 marzo del ’46, giorno di San Giuseppe Lavoratore, si celebrò il primo congresso a Bergamo. Proprio da domani, nell’esatto 80°, le Acli promuovono festosamente due giorni di incontri, fino a venerdì. Ne parliamo con Roberto Cesa, da un anno e mezzo presidente provinciale. Un dirigente 32enne che oggi ricorda: «Conobbi le Acli a 25 anni, nella mia Dalmine. E per me fu una rivelazione».

Papa Francesco, parlando alle Acli, ne sottolineò lo stile «democratico, popolare, pacifico». Quali sono le parole-chiave che in questo 80° riattualizzano la vostra lunga storia?

«Se devo rispondere di getto, e non invento nulla di nuovo, le prime due parole che mi vengono sono quelle che rappresentano le nostre direttrici principali: formazione e servizi».

 

La formazione richiama il tema del lavoro. A Bergamo il tasso di disoccupazione all’1,3%, in sé ottimo, lascia scoperto il nervo del difficile reperimento della forza lavoro.

«Sì. Perché ci sono gli occupati; poi i disoccupati, pochissimi per fortuna. Ma ci sono anche gli inattivi, il cui tasso supera il 30%. Un calderone in cui trovi chi non è in condizione di lavorare e chi sceglie di non entrare nel mondo del lavoro: l’inattività “scelta” è la più alta che negli altri Paesi europei, ci alterniamo noi e la Romania sull’ultimo gradino».

E questo cosa le suggerisce?

«Delle risposte abbastanza precise. Lavoriamo su due target: l’occupazione femminile e gli immigrati. La prima costituisce il grosso della “distanza” dagli altri Paesi europei: ci sono ragioni che impediscono alle donne, ancora oggi, nel 2026, di scegliere se e quanto lavorare. L’altra risposta tentiamo di darla sui “margini”, sull’immigrazione. In questo Paese, e in questa provincia soprattutto, non possiamo permetterci di sprecare nemmeno una unità di forza lavoro. Ci vogliono anche contesti più inclusivi. Lavorando alle Acli ho conosciuto imprenditori straordinari, specie della vecchia generazione, a fronte invece di una classe manageriale che non è migliore di quella di 40 anni fa. Oggi ci sono molte più richieste, per esempio, di part time, ci sono esigenze molto diversificate, e comporre il puzzle è più difficile, ma l’organizzazione può trarne giovamento. È lì che ci vuole un salto di qualità».

 

È la famosa conciliazione fra tempi di vita e di lavoro. Ma i vostri servizi cosa possono fare?

«Ci rendiamo conto che i nostri servizi tradizionali hanno una profonda valenza sociale anche sotto questo aspetto. In una società sempre più parcellizzata, il fatto di essere un porto sicuro per le persone che arrivano da te e ti portano i loro bisogni ha un grosso peso. Mi riferisco al Patronato in primis, al Caf, e a tutti gli sportelli sociali che proponiamo: accompagnamento ai disoccupati, accompagnamento alle famiglie e alle badanti o per il lavoro domestico, gli sportelli informatici per facilitare l’accesso alle pratiche digitali, gli sportelli di supporto per gli amministratori di sostegno. E agli ultimi due servizi che abbiamo lanciato: lo sportello di contrasto alla povertà energetica e gli sportelli salute. In un’epoca di “disintermediazione” qualcuno che faccia il corpo intermedio ci deve essere».


Siete facilitatori. Anche sulla casa?

«Ci mettiamo tra il pubblico e il privato con una sensibilità sociale. Sulla casa c’è da fare tanto lavoro, perché oggi, sul nostro territorio, è il problema numero uno. È venuta a mancare la fiducia tra gli agenti che popolano questo mercato: tentiamo di inserirci tra i proprietari di case lasciate sfitte magari per timore, gli aspiranti inquilini e le istituzioni “fragili”. Oggi hai domanda e offerta che fanno veramente fatica a incontrarsi, anche se ci sono potenziali inquilini disposti a spendere il 50-60% del proprio reddito, davvero troppo, per avere una casa che comunque non trovano».

 

Come riassumerebbe l’impegno delle Acli di Bergamo sulla casa?

«In tre macro azioni. Anzitutto, in generale, un lavoro di rete fra tutti i soggetti (istituzioni, privato sociale, Diocesi, associazioni di categoria, fondazioni, sindacati) del mercato. Penso ad esempio alla nostra collaborazione con l’agenzia Abito Bergamo, a supporto di Fondazione Casa Amica. Più concretamente, mettiamo in campo altri due interventi. Il primo è un progetto molto importante con la Diocesi che contiamo di annunciare alla conclusione delle celebrazioni del 50° di Caritas: auspichiamo possa essere una risposta concreta della comunità cristiana dinanzi a questa emergenza. Il secondo è il rilancio della cooperazione edilizia. Come Acli Casa, percorriamo questa direzione con Confcooperative, nostro partner diretto: abbiamo un lavoro aperto a Seriate e siamo in fase di chiusura di un progetto a Curno insieme al Comune».

 

Durante la due giorni celebrativa, il 19, intervisterà Nando Pagnoncelli di Ipsos.

«Grazie alle Acli regionali della Lombardia abbiamo elaborato le dichiarazioni dei redditi fatte dai nostri Caf a Bergamo nel 2025, con uno “storico” sugli anni precedenti. Avremo uno spaccato interessante, non esaustivo forse, ma con delle evidenze interessanti. Ne sveleremo tre. Una, saranno i numeri preoccupanti, ma non sorprendenti, di come sia cambiata negli ultimi cinque anni l’incidenza sui bilanci famigliari delle spese legate agli affitti, alla casa in generale, e alle spese mediche. Una incidenza molto forte, a fronte per di più di una contrazione dei salari reali».

 

Fate un sondaggio sulla pace. Perché?

«Per sentire chi ci è vicino e calibrare meglio le nostre proposte. Consegneremo i risultati al nostro presidente nazionale. Il mondo è in fiamme e si fatica a trovare la chiave per capire cosa succede».

 

Le domande sono molto precise. Dentro o fuori dalla Nato? Giusto mandare le armi in Ucraina? Alcune risposte potrebbe cogliervi in contropiede.

«È la volontà di fondo. Non credo che saremo stupiti a tal punto da non riuscire a fare sintesi, alla fine. È quello che è successo con il prossimo referendum. Dove si è deciso di ascoltare democraticamente la base del nostro movimento e scegliere di fare nostra la posizione del No, pur senza aderire ai comitati per il No e comunque promuovendo dibattiti aperti a tutte le ragioni, del Sì e del No. È quello che ci hanno chiesto i nostri». 

 

Promuovete il servizio civile, anche. Cosa fate fare a questi giovani? 

«Crediamo tantissimo nel servizio civile, per esperienza diretta. È uno strumento che ha fatto bene a noi e a tanti ragazzi transitati nelle Acli. Qualcuno si è anche fermato da noi. Li impieghiamo su tutte le partite su cui ci impegniamo, dalle iniziative culturali come Molte fedi ai nostri sportelli. Cerchiamo di costruire per loro delle competenze. Negli anni sono aumentati: abbiamo sei posti in sede provinciale e uno nella sede di Ciserano. Sono sempre più convinto che tutto il terzo settore dovrebbe fare una battaglia per rendere obbligatorio il servizio civile: diventi adulto, e dedichi un anno non alla difesa dei confini, come succedeva con il militare, ma alla restituzione alla società di ciò che hai ricevuto».

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