Vivere la Pasqua dentro i drammi del mondo. Per essere mistici con gli occhi aperti

di Daniele Rocchetti | giovedì 1 aprile

 

 

 

Santalessandro.org

 

 

 

Sono passati dieci anni da quel marzo del 2011 quando sui muri delle scuole di Da’ra, una piccola città siriana a pochi chilometri dal confine con la Giordania,  comparvero, ad opera di studenti, le prime scritte contro il regime degli Assad. Un gesto che diede inizio ad una catena progressiva, in quasi tutta la Siria, di iniziative per chiedere il ripristino delle libertà civili e la fine dello stato di emergenza in vigore dal 1963. Quelle scritte chiedevano libertà, dignità, possibilità di futuro. Parole che dopo dieci anni non hanno ancora trovato ascolto e  sono state represse brutalmente. Un Paese bellissimo ridotto per lo più in macerie, centinaia di migliaia di morti e di scomparsi (come non ricordare padre Paolo Dall’Oglio?), milioni di civili, uomini e donne, vecchi e bambini, in fuga: quasi sette milioni di loro hanno trovato rifugio fuori dalla Siria, più o meno lo stesso numero all’interno dei confini nazionali. Una miseria che secondo il documento preparato nei giorni scorsi da Caritas Italia (da leggere assolutamente) ha il volto di più di tredici milioni di siriani bisognosi di assistenza umanitaria e di oltre dodici milioni che nel Paese hanno fame per le conseguenze di questa guerra infinita e dimenticata.


Lo scandalo della guerra, la vergogna delle armi


Dimenticata è pure la guerra nello Yemen (molti lettori forse neanche sanno dove questo Paese si trovi sulla carta geografica). Dopo sei anni e mezzo di un conflitto interno manovrato da Stati con spiccati interessi regionali (Arabia Saudita e Iran in primis) la situazione è drammatica. Quasi trecentomila morti e la più grave carestia degli ultimi decenni. Milioni di persone senza accesso all’acqua e ai beni fondamentali, più di due milioni di bambini che nel 2021 potrebbero essere colpiti da malnutrizione gravissima. Una catastrofe umanitaria – la più grave di questo secolo – lontana dai riflettori del mondo, accompagnata da un’altra grave vergogna: “la vendita di armi più redditizia degli ultimi anni, dove le società produttrici americane ed europee hanno aumentato il loro fatturato per esaudire le richieste dei Paesi del Golfo, armamenti e munizioni in larga parte già impiegati nel Nord dello Yemen” (Laura Battaglia). L’Italia ha fatto la sua parte, raddoppiando – fino alla moratoria del gennaio scorso – la vendita di armi, missili e bombe all’Arabia Saudita (“Paese del Rinascimento”, lo ha definito qualcuno) e agli Emirati Arabi finite poi in Yemen alla milizie filogovernative. Rendere ragione della Croce.

Ho voluto ricordare solo due tra i molti Paesi del mondo che vivono situazioni drammatiche che mettono quotidianamente a rischio la vita dei più fragili e dei più piccoli. Dentro questi drammi, andiamo a celebrare, nei prossimi giorni, i giorni di Pasqua. Giorni che – per il secondo anno consecutivo – vivremo dentro il carico di sofferenza e di morte procurato dalla diffusione planetaria della pandemia. Giorni che obbligano noi cristiani a rendere ragione dell’inaudita pretesa di credere in un Dio che morendo in modo infamante sulla croce è speranza di vita per tutti.
Difficile e stretto pare essere il sentiero: difendere insieme le ragioni di Dio e quelle degli uomini. Raccontare la passione di Cristo dentro la storia di passione degli uomini, senza essere sordi al dolore e muti alla consolazione. Perché la novità del paradosso cristiano del Vangelo del Dio crocifisso sta nell’andar oltre la duplice riduzione: “non si tratta né della morte di Dio per affermare la presunta assolutezza dell’uomo, né della morte dell’uomo per celebrare un’astratta purezza della gloria di Dio. Il dolore dell’uomo e il dolore di Dio si incontrano sulla Croce in una conturbante prossimità e commistione.” (Bruno Forte).

 

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