Tutte le anomalie di un’inchiesta

di Annalisa Camilli | Lunedì 11 ottobre

 

 

 

 

Internazionale

 

 

 

 

“Ho speso la mia vita contro le mafie, mi sono schierato a fianco degli ultimi, degli immigrati. Oggi devo prendere atto che ho perso tutto”. Chiunque abbia conosciuto Domenico Lucano, detto Mimmo, l’ex sindaco di Riace noto in tutto il mondo per l’esperimento di accoglienza realizzato in Calabria, sa che il suo modo di parlare è scontroso e allo stesso tempo emotivo. Ma dopo la lettura della sentenza che lo ha condannato a tredici anni e due mesi di carcere, Lucano è apparso smarrito, in lacrime.

 

Si aspettava un’assoluzione o una pena molto più lieve, come avevano chiesto i suoi avvocati. Invece a quattro anni dall’inizio delle indagini e dopo due anni di processo è arrivata una condanna di primo grado per più di venti reati tra cui associazione per delinquere, abuso d’ufficio, truffa, concussione, peculato, turbativa d’asta, falsità ideologica. Con una decisione inaspettata e inusuale, il tribunale di Locri ha raddoppiato la pena chiesta dalla procura, che in sostanza accusava Lucano di essere a capo di un’associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata e al peculato, cioè alla destinazione ad altro scopo dei fondi stanziati per l’accoglienza dei migranti.

 

“Una sentenza abnorme, che contrasta con quello che è stato accertato durante il processo, faremo appello, perché la riteniamo ingiusta”, ha commentato al telefono uno degli avvocati della difesa di Lucano, Andrea Daqua. “Il reato di associazione a delinquere era stato escluso anche dai testimoni chiave dell’accusa, come il colonnello della guardia di finanza Nicola Sportelli che ha coordinato l’inchiesta”, aggiunge Daqua. Con Lucano sono state condannate altre ventidue persone, che dovranno risarcire lo stato versando 750mila euro. Il procuratore di Locri Luigi D’Alessio, che aveva guidato l’indagine, in un’intervista con il quotidiano La Stampa ha definito Lucano “un bandito idealista da western”. E ha aggiunto che il processo si basa “su carte e fatture false difficilmente controvertibili, non su testimoni più o meno credibili”. Le motivazioni della sentenza saranno pubblicate fra tre mesi, tuttavia la durezza della pena e alcune anomalie del processo hanno suscitato molte critiche sia nell’opinione pubblica sia tra i giudici, aprendo una discussione all’interno della magistratura.

 

 

 

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