Tre posti su dieci restano liberi per mancanza di candidati preparati

di Ferruccio De Bortoli | martedì 16 marzo 2021

 

 

 

Corriere della Sera

 

 

 

Il primo paradosso del deserto occupazionale creato dalla crisi è che i posti liberi (tanti) lo sono ancora di più. Le aziende incontrano ostacoli maggiori nel trovare i profili di cui hanno ancora più bisogno. Il secondo è che le persone in cerca di lavoro hanno persino un vantaggio competitivo (se non è inopportuno chiamarlo così). Nella drammatica incertezza creata dalla pandemia la propensione alla mobilità degli occupati è molto diminuita. Chi è disponibile subito ha meno concorrenza ammesso che abbia il profilo richiesto. Ma quando non dovesse averlo non è così difficile costruirselo in tempi ragionevoli. La barriera invisibile di una riqualificazione è spesso ingigantita dalla scarsa tenuta psicologica e dalla immotivata perdita di autostima delle persone. O dalla rassegnazione lenita (o incoraggiata) da un ammortizzatore sociale che, quando c’è, si tende a credere infinito.

 

Le risorse

Un Paese civile e solidale dovrebbe occuparsi di più anche dell’umore dei propri cittadini in difficoltà e dimostrare loro che con un discreto impegno personale si può sfuggire alla disoccupazione cronica. Tutti sono una risorsa. Nessuno è uno scarto. «Il fenomeno del cosiddetto mismatch — è l’opinione di Severino Salvemini, docente alla Bocconi e presidente della Fondazione Adecco — colpisce tutte le economie avanzate, rischia di essere fortemente ampliato con la pandemia. Da un’indagine di Boston Consulting Group, pubblicata alla fine del 2020, risulta che nei Paesi Ocse un lavoratore su tre è sottoqualificato o sovraqualificato. In Italia ci sono 10 milioni di lavoratori male assortiti».

I dati

Secondo l’osservatorio Excelsior, a cura di Unioncamere e Anpal, nel 2020 un’impresa su tre non riusciva a trovare le persone idonee a garantire 1,2 milioni di contratti di lavoro. «Dal 2004 al 2019 — prosegue Salvemini — la curva di Beveridge, ovvero il rapporto tra posti vacanti e disoccupazione, ha toccato il punto minimo dell’efficienza del mercato del lavoro in Italia. La ripresa post Covid rischia di essere frenata da questo incredibile paradosso se non si investirà decisamente sul miglioramento delle competenze con un piano di interventi a medio e lungo, intervenendo su tutti i fattori causali non ultimo quello delle convenienze nascoste nel dire no a qualsiasi offerta».

Le competenze

Le competenze digitali sono ormai richieste in sei assunzioni su dieci e con la pandemia sono di fatto esplose insieme all’aumento delle richieste per il digital marketing e in generale per l’e-commerce. «In alcuni casi non è poi così difficile riqualificarsi sul piano digitale — commenta Giuseppe Tripoli, segretario generale di Unioncamere — se si accetta di mettersi in gioco, di avere l’umiltà di seguire corsi di riqualificazione. Ma il problema vero è quello di pianificare lo sviluppo delle competenze lungo un arco temporale sufficientemente lungo, orientando le scelte scolastiche, valorizzando anche sul piano della riconoscibilità sociale l’istruzione tecnica e professionale. L’Italia è fatta di tante, tantissime microaziende. L’esperienza dei Punti impresa digitali, nel programma Industria 4.0, ha consentito di contattare 300 mila imprenditori e prepararli a un cambio di paradigma del modo di produrre che pur pieno di opportunità può rivelarsi in alcuni casi drammatico».

Il Covid

Da un’indagine di Umana e Fondazione Nord Est sugli effetti della pandemia sul mercato del lavoro emerge la crescente importanza delle abilità trasversali, cioè profili che sappiano «gestire situazioni nuove problemi nuovi e imprevisti». L’80,8% degli imprenditori del turismo prevede di licenziare; il 65,2% nei settori dell’abbigliamento, calzature, tessile; il 53,7% nel commercio. Al contrario, assumono e molto più del previsto il 78,2% delle aziende farmaceutiche; il 72,3% della filiera della sanità; il 46,3% della logistica. «Quello che noi notiamo — precisa Raffaella Caprioglio, presidente di Umana — è che non c’è la depressione di altri momenti di crisi. La voglia di riprendersi, di riscattarsi, è tantissima. Nei settori meno colpiti si investe e si programma di più. Si cercano ingegneri meccanici, meccatronici, informatici ma anche magazzinieri, carrellisti, operatori dei banchi dei supermercati, autisti. Le politiche attive saranno la chiave indispensabile della ripresa. L’importante è l’analisi delle competenze, sapere da dove si parte, che cosa serve, altrimenti la formazione è inutile. Bisogna sapersi reinventare, avere il coraggio di accettare nuove sfide. Nella nostra attività di reskilling o upskilling il 40% degli avviamenti al lavoro riguarda persone tra i 30 e i 49 anni, il 10% gli over 50».

 

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