Rifare i preti, ripensare i seminari. La proposta di riforma di monsignor Erio Castellucci

di Daniele Rocchetti | Giovedì 30 settembre

 

 

 

 

Santalessandro.org

 

 

 

 

“È certo indispensabile, alla luce della grande eterogeneità di coloro che manifestano interesse verso la vocazione al ministero sacerdotale, un anno propedeutico. Un biennio di vita comune tra i seminaristi sul modello “tridentino” attuale, eventualmente nella forma regionale o interdiocesana, è sicuramente utile. (…).

 

Il triennio successivo potrebbe svolgersi in piccole comunità presso parrocchie scelte dal vescovo, seguendo i criteri che già oggi vigenti nell’assegnazione delle parrocchie di servizio ai seminaristi: una parrocchia nella quale il parroco e altre auspicabili figure ministeriali possano garantire una certa vita comunitaria, sia nella preghiera sia nel confronto e nei momenti di fraternità; dove il seminarista possa vivere un’esperienza di relazione ricca anche con i laici, senza essere fagocitato dagli impegni; una situazione logistica che permetta di studiare e ritirarsi per il tempo necessario alla meditazione, alla preghiera personale e allo studio della teologia.

 

L’anno di diaconato potrebbe essere vissuto abitando nella famiglia di un diacono permanente, in modo da recuperare quella connotazione “domestica” che il ministero rivestiva nei primi secoli, quando la vita cristiana si svolgeva nelle case e il vescovo era considerato – e spesso era – un padre di famiglia, i presbiteri i fratelli più grandi e saggi, e i diaconi erano plasmati sulla figura dei servi nella casa.

 

In tal modo, il futuro presbitero può meglio recuperare quelle relazioni familiari dalle quali si era distaccato uscendo dalla famiglia d’origine ed entrando nel periodo formativo. Un’esperienza di questo tipo aiuta ad avviarsi al ministero presbiterale in maniera umile e concreta, avendo ben presenti i problemi quotidiani di una famiglia.”

 

Tanti elementi per avviare una riflessione

 

Questa è la proposta di riforma che il vescovo di Modena-Nonantola, Erio Castellucci, mette per scritto introducendo il testo (da leggere e discutere) del rettore del Seminario di Fermo, Enrico Brancozzi,  Rifare i preti. Come ripensare i Seminari (EDB, Bologna 2021, pp. 191, € 16,00).

 

Mons.Castellucci, da poco nominato vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana, sa che non esiste al riguardo una ricetta infallibile e che ogni proposta ha vantaggi e controindicazioni. Eppure ha il coraggio di avviare una riflessione su un tema – i seminari – che, per molte ragioni, è evocato tante volte ma raramente condiviso e fatto oggetto di dialogo e confronto ecclesiale. L’assunto è che l’odierno esercizio del ministero e la formazione seminaristica in Italia rispondono più alla situazione di “cristianità” ormai sorpassata che non alla situazione di “pluralismo” ormai affermatosi.

 

Formiamo preti per un tempo che non c’è più

 

“Non mi riferisco semplicemente ai singoli contenuti della formazione seminaristica e permanente, che grazie a Dio recepiscono e rilanciano quasi dovunque le prospettive del Vaticano II, pur permanendo qua e là qualche sacca di tradizionalismo nel riproporre i modelli del sacerdos alter Christus e del sacerdote come mediator Dei et hominum, mai entrati nei testi conciliari. Mi riferisco piuttosto alla struttura complessiva della nostra pastorale e della formazione seminaristica.”

 

Questa struttura, pur avendo subìto molti e adeguati aggiornamenti nel corso dei secoli e soprattutto negli ultimi decenni, è rimasta però nelle sue linee fondamentali quella impostata dal Concilio di Trento.

 

“Chiarendo preventivamente, a scanso di equivoci, che quel Concilio ebbe dei meriti enormi anche su questi due fronti. Rinnovò decisamente la vita pastorale delle diocesi ridotta spesso al lumicino, obbligando parroci e vescovi alla residenza, istituendo le visite pastorali periodiche, consolidando e più spesso rifondando l’esperienza cristiana attorno alle parrocchie, fornite anche dell’importante strumento del “catechismo” per gli adulti.”

 

L’istituzione dei Seminari, con il decreto Cum adolescentium aetas del 15 luglio 1563, rispondeva alla necessità di preparare adeguatamente i candidati al sacerdozio ministeriale, attrezzandoli – nello studio e nella vita spirituale – a diventare “pastori” del gregge. Quella dei Seminari fu una delle riforme provvidenziali di quel grande Concilio, in grado di rispondere alle necessità pastorali delle parrocchie e delle diocesi. Come già cinque secoli prima aveva intuito papa Gregorio VII, e come quattro secoli dopo intuirà il Concilio Vaticano II, ogni riforma grande e incisiva nella Chiesa deve passare anche attraverso il rinnovamento del clero.

 

In poco tempo è crollato un mondo

 

Con coraggio, il vescovo di Modena riconosce che nel nostro paese ci siamo illusi, forse troppo, che la “cristianità” tutto sommato tenesse.

 

Fino a qualche anno fa, alcuni parlavano di una “eccezione italiana”, come se vivessimo una sorta di impermeabilità rispetto alla secolarizzazione.

 

Le strutture sembravano reggere, pur con qualche crepa: chiese e opere parrocchiali, interne ed esterne, abbondavano; tradizioni liturgiche o devozionali secolari erano partecipate. Gli organismi pastorali, come i consigli e i ministeri laicali, tutto sommato c’erano. Alcuni Seminari riuscivano a conservare dei numeri accettabili. Perfino le istituzioni pubbliche – politiche, amministrative e culturali – mostravano un desiderio di mantenere buoni contatti con il “mondo ecclesiastico”.

 

La situazione, insomma, sembrava molto distante da quella che si era creata nelle Chiese del Nord Europa, travolte dalla scristianizzazione, sebbene non fosse più quella, ritenuta ideale, dell’Est Europa e specialmente della Polonia.

 

In realtà, lo constatiamo in modo particolare in questo tempo, non è così. In pochissimo tempo è caduta l’impalcatura che sorreggeva un modo di essere chiesa, di fare il prete, e le crepe appaiono vistose.

 

Armarsi di coraggio e di pazienza (e anche un pò di fede)


Proprio per questo non dovrebbe essere più un tabù l’ipotesi di un cambiamento strutturale del Seminario, almeno in via sperimentale in qualche diocesi, regione o nazione.


Sia il testo di mons. Castellucci che il libro entrano, con acume, nelle pieghe delle diverse questioni (sia di carattere teologico-spirituale che ecclesiologico) da affrontare.


Resta però una convinzione: “Credo che gli stessi padri di Trento, se si riunissero oggi, darebbero vita ad un Seminario differente rispetto a quello da loro provvidenzialmente impostato; e lo farebbero, credo, proprio sulla base della medesima istanza di allora: la necessità di formare presbiteri capaci di essere pastori e di stare in mezzo al gregge.


Probabilmente però – continuo con una certa dose di presunzione – non punterebbero sul presidio del territorio ma sulla prossimità al popolo di Dio”


Val la pena leggere il libro. Val la pena cominciare a parlarne.

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