Quei ragazzi dimenticati nell’inverno della pandemia

di Walter Veltroni | sabato 09 gennaio 2020

 

 

 

Corriere della Sera

 

 

 

«Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è l’età più bella della vita». La famosa frase scritta da Paul Nizan in «Aden Arabia» oggi forse può essere applicata, diminuendo l’età definita, ai ragazzi italiani, e non solo, risucchiati nel gorgo di questa infinita pandemia. Nessuno ne parla.

Nel profondo dell’animo

Nessuno sembra occuparsi di quello che sta accadendo nel profondo dell’animo degli adolescenti. Conosco molti amici che hanno figli di quell’età e leggo le analisi che varie università, in tutto il mondo, stanno facendo per capire quanto e come questa inedita condizione pesi oggi e potrà pesare domani sulla esperienza di chi oggi è più giovane. Giustamente ci si occupa, mai abbastanza, di chi è anziano. E i primi a farlo, con le loro ansie, sono spesso i nipoti. Ma chi si sta incaricando di capire com’è la percezione della vita in ragazzi che, nel momento decisivo della loro esperienza umana, si trovano espropriati, per ragioni oggettive, di ogni relazione, ogni forma di intrattenimento e di svago? E quanto pesa l’assenza dalla dimensione scolastica che è certo apprendimento ma anche scambio, condivisione, definizione di uno spazio proprio, il primo autonomo dalla famiglia, in cui ciascuno mostra se stesso ed è messo alla prova? Gli insegnanti si fanno in quattro e dal francobollo di uno schermo devono insegnare gli ablativi, la trigonometria, il Rinascimento a ragazzi di cui non possono percepire lo stato d’animo, con cui non hanno quella relazione psicologica che l’insegnamento frontale consente.

Scoperta quotidiana

Perdere la pienezza dei quattordici o quindici anni, quando il mondo è una scoperta quotidiana delle sue possibilità e delle sue insidie, non è come vivere quest’esperienza a cinquant’anni. I ragazzi si sono incupiti, chiusi, molti hanno peggiorato i loro risultati scolastici, la maggioranza trascorre il tempo appesa allo schermo di un telefono che costituisce l’aggancio al mondo esterno, in questo inverno cupo e solitario. Secondo un’inchiesta promossa da Save the Children e realizzata da Ipsos i ragazzi dicono che nel 28% dei casi un loro compagno di classe ha abbandonato gli studi. E aggiunge: «Quasi quattro studenti su dieci dichiarano di avere avuto ripercussioni negative sulla capacità di studiare (37%). Stanchezza (31%), incertezza (17%) e preoccupazione (17%) sono i principali stati d’animo che hanno dichiarato di vivere gli adolescenti in questo periodo, ma anche disorientamento, apatia, tristezza e solitudine».

 

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