Quaresima cristiana e umana insieme

di Paola Bignardi | mercoledì 17 febbraio 2021

 

 

 

Avvenire

 

 

 

Siamo di nuovo in Quaresima (la Chiesa ambrosiana da domenica prossima); eppure non ci eravamo accorti di essere usciti da quella singolare, dolorosa traversata del deserto iniziata più o meno un anno fa e che si può considerare quaresima dell’umanità. Mai come ora la Quaresima della Chiesa e quella dell’umanità coincidono, si intrecciano, si illuminano a vicenda. La prima è l’occasione per rileggere l’altra, per trovarne un senso, per impararne la lezione.

Si potrebbe fare la storia di questo anno di pandemia attraverso il succedersi degli slogan che si sono affacciati e si sono consumati in breve tempo, chiavi di lettura tutte troppo fragili per interpretare un’esperienza così inedita. Dalla fiducia ingenua di «andrà tutto bene» con cui ci si è illusi e ci si è fatti coraggio nel primo lockdown, al «niente sarà più come prima», in cui sono confluiti sconcerto e speranza.

I più convinti di questo sono i giovani: loro sentono dentro di sé di non essere più come prima, nel bene e nel male. Sanno che trovare lavoro sarà più difficile; che diventare autonomi dalla famiglia di origine richiederà maggiore tempo e più lunga pazienza. Ma sanno anche che è cambiato il loro panorama interiore: oggi, dopo aver scoperto che il limite fa ancora parte della vita, che la morte esiste, che le relazioni tra le persone sono quanto di più prezioso la vita può dare, sentono di essere cambiati; e che la loro esistenza, da questo anno in poi, dovrà integrare queste consapevolezze, pena il diventare un’esperienza falsa e interiormente insostenibile. Papa Francesco ci ha suggerito che «siamo tutti sulla stessa barca», ma ci siamo presto accorti che troppe disuguaglianze ci collocano su barche diverse: possiamo dire che siamo tutti nello stesso mare in tempesta e dal naufragio ci salveremo solo insieme; questo sì: dalla burrasca ci salveremo solo insieme.

Il popolo di Israele ha vagato per 40 anni nel deserto per prendere coscienza del suo essere popolo e per diventarlo effettivamente. È una storia che parla anche a noi e di noi, provocati a riscoprire, dentro questa vicenda drammatica, un nuovo senso di comunità, al di là di interessi particolaristici e di disuguaglianze scandalose. Papa Francesco ci ha insegnato che ciò che tiene insieme una comunità ha il nome degli affetti e della responsabilità: si chiama fraternità.

Fare comunità richiede nuove alleanze, che non lascino indietro nessuno: non i giovani, non le donne, non quelli che fanno maggiore fatica. Alleanza tra popoli ricchi e popoli poveri: la pandemia ci sta insegnando che se i vaccini non saranno disponibili anche per le popolazioni più povere, il contagio sarà sempre in agguato per tutti. Fare comunità richiede anche una nuova empatia, che ci faccia sentire compassione non solo per i morti da coronavirus, ma per tutti i migranti che muoiono in mare e per quelli che vedono morire la loro speranza nei diversi ghetti sparsi per il mondo, anche alle soglie dell’Europa.

La Quaresima dell’anno liturgico reca l’idea della penitenza, della carità, del digiuno. Oggi ci rendiamo conto di quanto queste parole siano reali. Siamo chiamati ad accogliere la dimensione penitenziale della vita, e a portare i sacrifici che implica, con senso di responsabilità verso tutti.

C’è un amore pieno e concreto, una vera carità, da esercitare nell’accorgerci degli altri attorno a noi e sentirci partecipi della fatica di quanti resistono negli ospedali per prestare cura a chi soffre.

 

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