Profughi nei Balcani, la Ue non finga di non vedere

di Pietro Bartolo, Brando Benifei, Simona Bonafè, Andrea Cozzolino, Paolo De Castro, Giuseppe Ferrandino, Elisabetta Gualmini, Pierfrancesco Majorino, Alessandra Moretti, Pina Picierno, Giuliano Pisapia, Franco Roberti, Massimiliano Smeriglio, Irene Tinagli, Patrizia Toia

 

 

Avvenire

 

 

Caro direttore,
quel che accade lungo la cosiddetta "rotta balcanica" e in particolare in Bosnia, a pochi chilometri dalla Croazia, quel che avviene a Lipa e tra Tuzla, Bihac, Velika Kladusa, non può più essere ignorato. La condizione di migliaia di migranti calpestati dall’assenza di un’adeguata politica comune deve provocare la mobilitazione delle istituzioni nazionali e comunitarie.

Lo diciamo da diversi mesi dal Parlamento europeo, attraverso interventi e interrogazioni, lo ribadiamo oggi, lo faremo con ancora più insistenza nei prossimi giorni: basta chiudere gli occhi. Serve una strategia politica sull’immigrazione molto più coraggiosa rispetto a quanto accaduto in tutti questi anni (questione che il Parlamento ha già posto in passato). Una strategia che abbia al centro il tema del rispetto dei diritti umani e la condivisione della responsabilità comune dell’accoglienza. E questo deve riguardare diversi contesti dove la dignità della persona viene calpestata in nome di scelte sconfortanti operate in materia di immigrazione.
Dalla Bosnia a Lesbo, dal Mediterraneo alla Libia: troppe volte pagine disumane sono state volutamente ignorate. In questo contesto si deve, lo ripetiamo, agire subito.

In Bosnia e lungo la rotta balcanica, serve un intervento comune per affrontare ciò che sta accadendo e per impedire respingimenti (più o meno mascherati) alle frontiere, che non fanno altro che moltiplicare le sofferenze per bambini, donne, uomini rispetto a cui vanno immaginati veri e propri corridoi umanitari (come del resto deve accadere anche altrove). Ne va delle condizioni materiali delle persone, dei rischi che corrono ogni giorno e, forse ancora prima, dei principi stessi che devono segnare un nuovo protagonismo europeo. Girarsi dall’altra parte, far finta di non vedere, significa essere complici. La Commissione europea e i singoli governi – in questo caso, non dimentichiamolo, anche il Governo italiano - devono agire ora. Si è già perso troppo tempo.

 

 

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