Perché troppi dati sulla pandemia non aiutano a capire

di Vittorio Pelligra | Lunedì 17 gennaio

 

 

 

 

 

 

 

IlSole24Ore

 

 

 

 

 

 

 

 

La pandemia di questi anni ha, tra le molte altre cose, messo in luce il rapporto conflittuale che gli italiani hanno con la statistica e con i dati numerici in generale. Non parlo solo del signor Rossi o della casalinga di Voghera, ma anche dei giornalisti, dei politici e, non di rado, dei medici stessi. Coloro, cioè, che quei dati dovrebbero comunicarli al pubblico e utilizzarli per decidere della vita altrui. Questo, naturalmente, non è un problema da poco visto che i dati sono un elemento essenziale per fare scelte razionali ed efficaci, data-driven, come si dice, guidate dai dati. «Prima conoscere, poi deliberare» scriveva Luigi Einaudi nelle sue famose Prediche inutili, chiedendosi: «Come si può deliberare senza conoscere?».

 

Dai primissimi mesi della pandemia siamo stati sommersi da un profluvio di dati, quelli ufficiali presentati nelle conferenze stampa giornaliere, nei bollettini del ministero e dell’Istituto superiore di sanità, quelli elaborati da fondazioni e centri di ricerca, quelli messi a disposizioni attraverso infografiche e cruscotti interattivi da siti e portali. Tutti questi dati aiutano davvero i cittadini a prendere decisioni migliori oppure, rappresentano un ostacolo? Le posizioni sono variegate. È di questi giorni, per esempio, la proposta di ridurre, almeno in parte, la frequenza con la quale i dati vengono comunicati al pubblico. L’infettivologo Matteo Bassetti si è detto favorevole così come l’epidemiologo Donato Greco e il sottosegretario alla Salute Andrea Costa. Contrario, invece, l’altro sottosegretario Pierpaolo Sileri convinto del fatto che una «comunicazione puntuale e trasparente di tutti i dati, accompagnata da un’adeguata interpretazione (…) aiuti i cittadini a orientarsi meglio».

 

Il tema è divisivo, come si vede, ma è molto importante. Sappiamo dalle scienze comportamentali che differenti modalità comunicative possono avere effetti profondi non solo sulla percezione che i cittadini hanno del “fenomeno pandemia”, ma anche sulle scelte concrete che da questa percezione possono scaturire, sulle precauzioni da adottare e sui suggerimenti da seguire.

 
 
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