Per uscire davvero dall’11 settembre serve una nuova lettura del mondo

di Thomas Piketty | Lunedì 4 ottobre

 

 

 

 

Internazionale

 

 

 

 

Vent’anni fa le torri del World trade center venivano abbattute da due aerei. Il peggior attentato della storia avrebbe portato gli Stati Uniti e i loro alleati a lanciarsi in una guerra mondiale contro il terrorismo e “l’asse del male”. Per i neoconservatori statunitensi l’attentato era una prova delle tesi proposte dal politologo Samuel Huntington nel 1996: lo “scontro di civiltà” era il nuovo prisma per leggere il mondo. Sfortunatamente oggi sappiamo che il desiderio di vendetta di Washington e la brutalizzazione d’intere regioni che ne è seguita non hanno fatto altro che inasprire i conflitti identitari. L’invasione dell’Iraq nel 2003, fatta a colpi di bugie sulle armi di distruzione di massa, ha indebolito la credibilità delle democrazie occidentali. Grazie alle immagini dei soldati statunitensi che tenevano al guinzaglio i detenuti della prigione di Abu Ghraib, non c’è stato bisogno di agenti che reclutassero i jihadisti. L’arroganza dell’esercito statunitense e le enormi perdite civili all’interno della popolazione irachena (almeno centomila morti confermati) hanno fatto il resto, contribuendo alla frammentazione del territorio siriano e iracheno e all’ascesa del gruppo Stato islamico. Il fallimento in Afghanistan, con il ritorno al potere dei taliban dopo vent’anni di occupazione occidentale, ha concluso simbolicamente questa triste sequenza.

 

Per uscire davvero dall’11 settembre serve una nuova lettura del mondo: è il momento di abbandonare il concetto di “scontro di civiltà” e di sostituirlo con quelli di sviluppo comune e giustizia globale. Questo richiede obiettivi di prosperità condivisa e la definizione di un nuovo modello economico, sostenibile ed equo. Siamo tutti d’accordo ormai: l’occupazione militare di un paese rafforza i segmenti più radicali e reazionari della società e non porta niente di buono. Il rischio è che la visione militare e autoritaria sia sostituita da una chiusura isolazionista e dall’illusione che la libera circolazione di beni e capitali basti a diffondere ricchezza. Vorrebbe dire dimenticare il carattere gerarchico del sistema economico mondiale e il fatto che non tutti i paesi lottano ad armi pari.

 

 

 

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