Per una teologia della pace

di Sergio Tanzarella | Martedì 24 maggio

 

 

 

 

 

 

 

 

SettimanaNews

 

 

 

 

 

 

 

 

Ai Rettori delle Pontificie Università in Italia
Ai Presidi delle Pontificie Facoltà Teologiche in Italia
Ai Direttori degli Studi Teologici e degli Istituti Teologici
Ai Direttori degli Istituti Superiori di Scienze Religiose

 

Gentilissime Autorità Accademiche,

per molti anni la propaganda della bontà della guerra fredda fondata sul principio della deterrenza ha cercato di convincerci che con i lampi nucleari di Hiroshima e Nagasaki la guerra fosse stata archiviata e resa di fatto impossibile.

 

Era evidentemente una buona illusione ma anche una menzogna perché le guerre e le stragi in Indocina, in Corea, in Algeria, in Vietnam, in Cambogia, con i loro milioni di morti, l’uso frequente di armi chimiche, il ricorso sistematico alla tortura erano lì a smentire questa tesi ottimista e negazionista. Contemporaneamente in Africa era un continuo susseguirsi di altre guerre, spesso ignorate ma non meno letali, premesse per gravissime carestie ed epidemie. Tutte guerre dove i morti civili sopravanzavano di molto i morti militari.

 

Dopo quell’agosto 1945 vi fu, quindi, un susseguirsi di guerre coloniali e post coloniali, tutte direttamente o indirettamente provocate e armate dalle nazioni più ricche del mondo, cui si aggiunsero sanguinose forme di repressione militare in Sud e Centro America con decine di migliaia di assassini e desaparesidos.

 

L’illusione del crollo del Muro

Nel 1989 il crollo del muro di Berlino e due anni dopo la dissoluzione dell’impero sovietico illusero molti che nessuna guerra si sarebbe ormai più combattuta e che anche gli arsenali atomici capaci di distruggere molte volte la Terra, frutto della guerra fredda e del principio della deterrenza, sarebbero stati dismessi. Così tutti i popoli avrebbero potuto vivere occupandosi di istruzione e di salute in un nuovo tempo di pace.

 

La previsione fu totalmente sbagliata e le guerre si moltiplicarono con maggiore intensità e ferocia pur avendo sempre meno il coraggio di pronunciare il proprio nome divenendo con abili eufemismi operazione di polizia internazionale, missione umanitaria, operazione chirurgica, operazione militare speciale.

 

Così in questi ultimi trent’anni vi è stato un susseguirsi di altre guerre: dalle due in Iraq, a quelle in Afghanistan, alla Libia, allo Yemen, a quelle della ex Jugoslavia, alla Siria e ancora sempre intere regioni dell’Africa fino alla guerra in corso in Ucraina, guerre solo geograficamente circoscritte ma che hanno visto impegnate coalizioni internazionali con eserciti enormi e con armi sempre più sofisticate, letali e costose.

 

In questa condizione di guerra diffusa e continuata – quella terza mondiale a pezzi denunciata più volte da papa Francesco – mentre produttori e commercianti di armi (assassini dal volto pulito, dalle labbra imburrate e dalle prodighe beneficenze) continuano a far festa, dovremmo aver capito che tutte le guerre sono destinate a non concludersi mai e ciò non solo per il danno economico irreparabile e per la fame, per i lutti e per i mutilati, per le vedove e gli orfani, per l’essere potenti fabbriche di profughi, ma soprattutto per la conseguenza dell’odio che non si estingue nemmeno attraverso il succedersi delle generazioni e che potenzialmente produrrà altre guerre. Si può dire, purtroppo, che dal 10 dicembre 1948 la Dichiarazione universale dei diritti umani è stata costantemente violata.

 

Il Magistero e la teologia davanti alla guerra

Dinnanzi a questa catastrofe di umanità che sono state e sono le guerre moderne il magistero pontificio ha sempre più affinato una posizione chiara che da Benedetto XV in poi ha espresso una totale condanna e il rifiuto ad offrire alla guerra giustificazioni morali e divine. Soprattutto dopo la Pacem in terris questo è apparso ancora più evidente!

 

E tuttavia vi è da interrogarsi se ancora ha senso riproporre quella teoria della guerra giusta concepita ancor prima che le armi da fuoco fossero utilizzate per la guerra. Qui non si tratta più di schioppi o di bombarde ma di bombe a grappolo o al fosforo, di proiettili all’uranio impoverito, di mine antiuomo e di mine giocattolo, quelle per mutilare i bambini, e degli altri mille ordigni e sistemi d’arma con i quali oggi si fa la guerra, e di testate nucleari con le quali si minaccia di farla.

 

Non solo l’uso di quelle armi ma anche il semplice possesso non chiede oggi a noi una condanna senza appello come già fece Giacomo Lercaro durante il Vaticano II?

 

Ma soprattutto l’insegnamento della teologia  mi appare oggi chiamato a porre attenzione al disarmo degli spiriti e dei cuori, al superamento dei nazionalismi e delle contrapposizioni tra i popoli, alla condanna di ogni tentativo religioso di giustificare la guerra, al superamento dei neo costantinismi, alla crisi ecologica umana in atto con la sistematica distruzione dell’ambiente e della fraternità.

 

Urge che la teologia oggi insegni, con i propri strumenti di studio e con rigorosa scientificità, a rifiutare ogni guerra ai migranti – cioè quella realizzata con respingimenti, annegamenti, muri, filo spinato, legislazioni persecutorie, spostamento dei confini nazionali, campi di prigionia come i centri di permanenza per i rimpatri, nuove forme di schiavitù – e soprattutto aiuti a comprendere che il meticciato non è un pericolo ma uno dei segni dei tempi che dobbiamo con gratitudine accogliere e comprendere.

 

 

 

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