Nella necessità di esistere: la cura in tempo di pandemia

di Ivo Lizzola | martedì 23 febbraio 2021

 

 

 

Vita.it

 

 

 

Ci sono uomini e ci sono donne che osservano con meraviglia, che si fanno prossimi e che curano le singole differenze, le fragilità e le ferite di ogni vita che incontrano. Sono appassionati da una specie di antropologia delle vulnerabilità e delle differenze: cercano, colgono, proteggono, valorizzano quelle differenze che continuamente irrompono nella norma, rendendola instabile, evolutiva. Sono attenti a quelle fragilità, a quelle particolarità, che spesso fioriscono nelle crepe, nei limiti, nei margini, nelle distorsioni delle storie, dei corpi, delle comunità familiari, delle relazioni sociali. Nelle quali si vanno soffrendo e riaprendo forme di vita, ricerche, resistenze, adattamenti. Ed anche, appunto, fioriture nuove e improvvise.

Sì, proprio la vulnerabilità, che spesso è il tratto manifesto della differenza, della prova, dell’ingiustizia per questi uomini e per queste donne, va raccolta perché riporta all’origine. Perché richiama alla relazione che rende possibile di nuovo la vita e il suo narrarsi ancora, ancora prendendo forma. Quella relazione che viene rigenerata dalla vulnerabilità come possibilità e come obbligazione.


La relazione come origine


All’origine la relazione, all’origine vite vulnerabili offerte e affidate: danze di forme e di narrazioni di convivenza sorprendenti. Ci sono donne e uomini che nella loro vita incontrano il limite e la fatica di molti, il declinare e il sottrarsi: lo accolgono e lo accettano. Non provano a disporre o a controllare, non cercano di risanare o di salvare: provano piuttosto presenze, compagnie, un sentire attento, un profondo riconoscimento, un rispetto accorato.

Depongono uno sguardo che giudica o soltanto diagnostica, indeboliscono un pensiero della riparazione e del supporto, interrogano l’atteggiamento della sola rivendicazione di diritti (per le “minoranze”, le “minorità”, le “vittime”). Non sopportano la “mistica della fragilità”, che produce troppo spesso esclusioni e subalternità, volontariati soffocanti, meritori o un po’ sacrificali. Cercano ed amano le narrazioni dei percorsi di resistenza e di resilienza, i segni singolari, le pratiche inattese di emancipazioni divergenti e creative, le relazioni sbilanciate eppure reciproche, le prossimità dove si apprende dello zoppicare il ritmo unico quasi danzando.

Questi uomini e queste donne di parola e di gesto, di iniziativa pubblica e di testimonianza personale, hanno cercato e cercano l’inizio continuo della vita nelle pieghe anche un poco oscure, certo sofferte, delle vite fragili. Lì indicano la preziosità di cercare l’incontro, l’inizio: nel suo resistere, nel suo trovare forme e sussulti particolari, nel suo chiamare vicinanze e riconoscenze di corpi, di gesti, di desideri.

Pensando ai figli dell’uomo scriveva Paul Ricoeur che “la vita è più della spontaneità, della motivazione e del potere, è una certa necessità d’esistere”; lo stesso entrare nell’umano ha un carattere flottant, incerto, titubante, sospeso e fluttuante. Rivela una passività un affidamento, una esposizione irriducibile dell’essere in vita.

 

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