Lidia Maggi «Il futuro ha bisogno di storie»

di Luisa Pronzato | domenica 20 dicembre 2020

 

 

Corriere della Sera

 

 

 

Questa intervista è parte di una serie che declina, nel modo più largo possibile, il tema delle ri- Generazioni come è stato interpretato dalla settima edizione del Tempo delle Donne: storie di chi sperimenta nuovi equilibri. Tutte le puntate precedenti sono raggiungibili attraverso i link pubblicati qui sotto oppure nello Speciale ri-generazioni a questo link.

«Nei racconti biblici il futuro si apre nelle paludi», dice Lidia Maggi, teologa e biblista. «La Bibbia con le sue donne trasgressive è memoria di futuro, custode di una passione generativa che si ostina ad aprire brecce. Le donne, nella Bibbia , rappresentano una delle categorie più fragili, con potere limitato, come ci sentiamo noi tutte e tutti oggi rispetto alla pandemia, a qualcosa che non possiamo controllare. Aprono brecce muovendosi all’interno dei recinti patriarcali e danno a ogni generazione sterile le indicazioni per ritrovare il respiro generativo». Lidia Maggi da sempre impegnata nel dialogo ecumenico e interreligioso, è una pastora battista. Vive a Dumenza, sul lago Maggiore, con il marito Angelo Reginato, anche lui pastore, in una casa grande dove ospitano persone in crisi o in ricerca. «Una casa, non un monastero o una chiesa, solo una casa», dice. «Un luogo laico dove poter sentire il respiro di Dio». Quello di Lidia Maggi è un ministero itinerante, nelle parrocchie cattoliche, nelle comunità riformate, in eventi culturali, nelle biblioteche e negli spazi laici. È stata anche ospite, a settembre, al Tempo delle Donne, dove ha portato la sua idea di “rigenerazione” attraverso le Sacre Scritture. «Leggo le scritture bibliche come narrazione antropologica», spiega. «Queste pagine antiche sono anche capolavori della letteratura, ci danno la possibilità di specchiarci o di entrare nella realtà attraverso sguardi altri. Per questo credo si possano leggere senza preoccuparsi di dire qualcosa su Dio, ma in maniera laica. Hanno influenzato la nostra cultura e soprattutto hanno da dire sull’abitare la vita e la storia, più che sul piano della fede. Come la letteratura e le favole hanno la forza della parola che la nostra mentalità scientifica ha scaricato. Nascono con un codice plurale, non offrono verità oggettive ma storie che si dischiudono attraverso la narrazione che ci libera dal pensiero omologato».

 

Lei parla di una trasgressività generativa.
«I padri e le madri della fede sono spesso segnati dall’infertilità: un paradosso. Sono proprio alcune donne che si ingegnano, con modi più o meno leciti, a uscire dalla sterilità. Sara, la matriarca, per avere il figlio che Dio aveva promesso ad Abramo lo fa giacere con la schiva egiziana, Agar. Tamar, nuora di Giuda, osa travestirsi da prostituta e con l’inganno si unisce al suocero. Le figlie di Lot, per continuare la genealogia, lo fanno ubriacare e si uniscono a lui. E non è solo la questione fisiologica che la Bibbia affronta. Allude a un generatività simbolica. In momenti sterili, come quelli in cui stiamo vivendo, il futuro va rinegoziato, continuamente. Per generare il nuovo occorre passione e creatività, anche eterodossa che la morale giudicherebbe negativa».

 

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