Le riforme da avviare. Se non ora, quando?

di Walter Veltroni | venerdì 19 febbraio 2021

 

 

 

Corriere della Sera

 

 

 

Esistono altre grandi democrazie occidentali in cui si sia mai sperimentata la formula del governo tecnico che in Italia viene scelta, ad intervalli quasi regolari, da circa trent’anni? Con il garbo, in questo caso anche istituzionale, che lo contraddistingue, il presidente Mario Draghi ha negato che il suo gabinetto nasca sulla base di un fallimento della politica. Ha fatto bene a dirlo così sottraendosi al facile e pernicioso gioco dell’antipolitica e mostrando rispetto per i partiti e il Parlamento, cardine di ogni democrazia fondata sulla rappresentanza e sul pluralismo. Ma è pur vero che né in Germania, né in Francia, né in Spagna per non parlare di Regno Unito o Usa, si è mai conosciuta l’esperienza di un governo «tecnico» generato dalla incapacità o impossibilità delle forze politiche di garantire una maggioranza in grado di governare.

La nostra prima esperienza di un governo tecnico nacque mentre l’Italia stava vivendo tre crisi contemporanee: la dissoluzione dei partiti dopo Tangentopoli, l’attacco della mafia allo Stato democratico, la svalutazione della lira e la crisi economica. Il presidente Scalfaro che, subito dopo l’omicidio efferato di Giovanni Falcone era stato scelto da un Parlamento che sembrava incapace di eleggere il Capo dello Stato, indicò nell’allora Governatore della Banca d’Italia la persona giusta per risollevare il Paese. Ciò che Ciampi fece, con la competenza, il senso dello Stato e l’autorevolezza internazionale che stavano scritte nella sua storia personale.

Ci fu poi il governo Dini, generato dalla crisi di una maggioranza di centrodestra eletta nel 1994 e terremotata dal dissenso di Bossi. Da allora, per quasi venti anni, il Paese ha conosciuto l’esperienza di governi di segno diverso che si sono alternati alla guida della nazione. Sempre, però, con la mina dell’instabilità politica.

Per trovare un altro governo tecnico bisogna arrivare alla terribile situazione finanziaria del 2011 durante la quale Giorgio Napolitano chiamò Mario Monti a gestire una fase di scelte difficili che, comunque le si giudichi, evitarono la bancarotta del Paese.

Da allora gli italiani non hanno mai più avuto un governo che fosse scelto da loro. Le coalizioni che si presentavano al voto popolare poi, non raggiunta la maggioranza per effetto di legge elettorali via via sempre più bislacche e furbacchione, si alleavano con i loro avversari. Quelli con i quali, avevano giurato nei comizi, mai avrebbero preso neanche un caffè. E così si sono succeduti per due legislature cinque governi, formati da eclettiche coalizioni, fino alla stravaganza di conoscere, con Conte, due maggioranze opposte guidate dalla stessa persona. È un dato di fatto, non un giudizio.

 

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