La testimonianza di suor Alicia, “donna coraggio”

di Daniele Rocchetti | giovedì 8 aprile 2021

 

 

 

Santalessandro.org

 

 

 

“Cosa è il coraggio? Mi sembra che sia semplicemente l’amore in movimento, l’amore in azione. Che non si ferma di fronte agli ostacoli, alle sfide, alla paura. Penso che lo specifico delle religiose in questo contesto mediorientale ma credo in tutti i contesti sia la creatività dell’amore, ovvero l’essere capaci di mettere l’amore in movimento, con tanta creatività, con espressioni anche ministeriali e di servizio diverse. Penso che in questo forse noi religiose siamo un po’specialiste ed è bello che ciò venga riconosciuto e messo in luce.” A dirmi questo è suor Alicia Vacas, comboniana, di origine spagnola, insignita lo scorso otto marzo, con altre quattordici donne, del premio “Donna coraggio”, assegnato da Antony Blinken, Segretario di Stato americano. Con lei donne della Birmania e del Camerun, della Bielorussia e del Congo, del Nepal e dell’Iran e di altri Paesi del mondo. Donne che hanno dimostrato eccezionale coraggio e leadership nel sostenere la pace, la giustizia, i diritti umani, l’uguaglianza di genere e l’emancipazione femminile, spesso a grande rischio personale e sacrificio.

 

Una casa accerchiata dal Muro

 

“Sognavo di andare in Africa ma la vita mi ha portato in Medioriente: prima a Dubai, poi in Egitto, Israele e Palestina”. Ora suor Alicia, 48 anni, un diploma di infermiera alle spalle, è superiora provinciale delle Suore Missionarie Comboniane per il Medio Oriente. Ci conosciamo da molti anni e l’ho incontrata varie volte a Betania, il villaggio di Marta e di Maria e della resurrezione di Lazzaro (non a caso, ancora oggi, gli arabi lo chiamano al-Azariyeh, luogo di Lazzaro) dove le Comboniane hanno la loro casa. Che ha una particolarità. Dopo la costruzione del Muro di Separazione che separa Israele dai territori palestinesi, la casa è stata accerchiata da tre lati. “Si, accanto alla casa, nel nostro giardino, è sorto il muro, alto otto metri e profondo quattro. Un muro che ci ha diviso dalla piccola comunità cristiana che si ritrova attorno alla chiesa e ci ha separati dalle famiglie dei bambini che frequentano la nostra Scuola materna. La casa e la comunità, fino al 1967 territorio giordano, sono finite nella parte israeliana, loro nella parte palestinese. In linea d’aria sono meno di duecento metri. In pratica, se volessimo recarci a trovare le famiglie dobbiamo percorrere con l’automobile diciotto chilometri. Un tragitto non facile, costellato da checkpoint e che può durare ore”.

 

Un giardino dove i soldati rincorrono i giovani

 

Quando passo a trovarla, suor Alicia mi accompagna sul grande terrazzo della casa e mi mostra, appena al di là del muro, un appartamento dove ora vive una parte della comunità comboniana che si è trasferita lì per continuare ad essere vicina e condividere la vita con la gente di Betania. Le suore si salutano e si mandano parole e messaggi dai balconi. “Il muro ha sconvolto la nostra vita. I ragazzi hanno imparato a scavalcarlo per andare a Gerusalemme, a lavorare o in moschea. A noi suore capita spesso di vedere nel giardino soldati che inseguono i giovani. A volte, vi sono scontri con le pietre, altre con i gas lacrimogeni o le molotov che hanno bruciato il campo sintetico del nostro asilo. E’ la storia di questo pezzettino di muro, ma il muro è lungo più di 800 chilometri e ogni pezzettino ha la sua storia”

 

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