La libertà è garanzia di non essere esclusi

di Ezio Mauro | lunedì 03 maggio 2021

 

 

 

Repubblica

 

 

 

Siamo entrati nella pandemia tutti uguali davanti alla minaccia, rischiamo di uscirne profondamente divisi. Improvvisamente, ci accorgiamo che è finita la fase in cui ci sentivamo affratellati dall'unico assedio universale del virus, esposti allo stesso male, disarmati dalla medesima fragilità inedita di fronte al contagio. Tutti esposti, senza distinzioni e senza riserve: tutti candidati. La coscienza comune di condividere con gli altri la stessa condizione è stata per lunghi mesi alla base della coesione sociale del Paese e dell'assoggettamento volontario dei cittadini alle misure di necessità decise dai governi, anche se comportavano una limitazione dell'autonomia individuale, degli spazi, dei movimenti e delle relazioni. Il sentimento collettivo era dominato dalla paura, e spingeva verso un trasferimento di potestà allo Stato, in cambio di un'interpretazione della crisi che il cittadino non poteva fare da solo, e dell'indicazione di una tecnica di difesa e di contrasto al male, con una politica di protezione. Anche l'angoscia era in comune, per il passaggio epocale che coinvolgeva ognuno di noi da soggetto sovrano a preda.

Questo insieme si è spezzato. In parte era prevedibile, perché la tensione dell'emergenza regge per la fase più acuta, poi si allenta. Non si può vivere psicologicamente in uno stato d'eccezione permanente. E materialmente, non si può sopravvivere in eterno nell'auto-ricatto della necessità. Il tempo dunque ha fatto il suo lavoro, convincendoci che il virus può durare più a lungo della nostra subordinazione alla paura. L'arrivo dei vaccini, il contenimento relativo del contagio e dei decessi hanno riaperto una prospettiva concreta. L'avvicinarsi dell'estate ha fatto il resto.

Ma appena un'intera comunità nazionale sotto scacco rialza la testa e torna a ipotecare il domani, rinascono inevitabilmente le differenze e si fa il calcolo delle disuguaglianze. Il virus ci ha abituati a cercare ogni sera nei numeri dell'infezione un saldo complessivo, totale, della sfida in atto. Adesso ogni pezzo di società presenta i suoi conti particolari, il dare e l'avere, e fa un confronto naturale con gli altri gruppi concorrenti. Nel Paese delle corporazioni, ogni interesse organizzato misura ciò che ha perso in assoluto con la pandemia, e ciò che ha ceduto rispetto agli altri. Il sentimento nazionale, com'era prevedibile, si frantuma in una serie di risentimenti privati.

Il punto di rottura naturalmente è il lavoro, perché è la condizione umana più scoperta e vulnerabile subito dopo la salute. Da un lato si è esposto nella fase più acuta dell'infezione, per garantire materialmente la sopravvivenza del sistema, con la schiera dei lavoratori "strumentali" che rischiavano il contagio per consentire al resto della cittadinanza di proteggersi dal male: quindi il lavoro come bene indispensabile e addirittura come strumento solidale. Dall'altro lato la contrazione inevitabile del mercato ha penalizzato la produzione e l'impresa cancellando posti di lavoro, le misure di difesa hanno fermato l'universo diffuso del piccolo commercio, delle aziende familiari, della ristorazione, degli alberghi. È soprattutto questo mondo che si è sentito soffocare e che oggi reagisce cercando di sottrarsi alla regola comune di precauzione.

Il fenomeno nasce da un disagio di categoria, ma chiama in causa questioni più generali. La prima è il rapporto tra salute e lavoro, che va affrontato anche in termini di principio, perché è un tema antico che la modernità torna a riproporre con urgenza, a cominciare dall'Ilva. Poi c'è la necessità di capire che nel profondo della crisi il lavoro sta ancora una volta reinventando se stesso, a partire dallo smart working, e cambia sotto i nostri occhi la sua morfologia e la sua organizzazione. Infine bisogna considerare che se dalla pandemia uscirà una nuova interpretazione del progresso, questa riguarderà inevitabilmente anche una diversa relazione tra capitale e lavoro: siamo quindi sulla soglia di una reinvenzione virale del lavoro, che per forza di cose comporterà una riconsiderazione del rapporto tra lavoro e diritti, e quindi una reinvenzione della democrazia.

La protesta di piazza per le riaperture e contro il coprifuoco, infatti, non può essere letta soltanto in chiave corporativa. In realtà è lo smottamento di un pezzo rilevante del ceto medio instabile che si sente penalizzato nelle strette della pandemia rispetto al reddito fisso del dipendente statale, chiede tutela ma soprattutto riconoscimento sociale, nel timore di perdere con il lavoro anche un ruolo collettivo e una proiezione di futuro. Dopo la Grande guerra, di fronte alla massa dei reduci sbandati, spostati, trascurati e senza lavoro, l'ordinovista Angelo Tasca usò il termine di "fuori classe". Ecco, oggi si sta formando una classe di "fuori classe", che si sentono dimenticati, esclusi, tagliati fuori, ribelli a tutto: proprio nel momento in cui la stratificazione sociale del Paese si scompone, si aprono i cancelli dei ceti sociali, saltano le appartenenze culturali e le identificazioni tradizionali.

Da tempo il sovranismo nazional-populista è alla ricerca di una classe di riferimento e di sostegno. Può trovarla in questo pezzo di piccola borghesia in cerca di rivincita sociale, in questo mondo del lavoro che misura quotidianamente la sua crisi ed è già un soggetto politico anonimo soffocato nel misconoscimento, mentre si sta inabissando tra gli sconfitti, ribellandosi. La trasposizione politica e ideologica, da parte della destra estrema, del mix di interessi risentiti e propositi frustrati di questa massa in movimento è in corso, all'insegna del concetto di "libertà". È la parola che domina la battaglia politica contro il coprifuoco, dalla fiaccolata di Giorgia Meloni all'accostamento (che in realtà è una contrapposizione) di Salvini tra la Liberazione del 25 aprile e la libertà del lavoro "da restituire agli italiani".

Per un'ora di coprifuoco in più, a termine, il governo viene così schiacciato sul dogma della regola, vissuta come un'imposizione, presentata come un abuso, denunciata come un vincolo di soggezione invece che una misura di tutela. È presentandosi come il nemico di tutto questo che il sovranismo chiama ad una battaglia "di libertà" - come se ci fosse qualcuno contrario alla libertà e al ritorno alla normalità - scaricando l'onere scomodo della sicurezza sulle spalle altrui, e proponendosi come vendicatore del ceto medio minuto e abbandonato, trasformato nel nuovo Dio sconosciuto d'Italia.

Governo e sinistra dovrebbero rispondere con un'operazione politica, sociale e culturale, intercettando concretamente lo sbandamento dei ceti disarcionati dalla crisi, e dimostrando che il lavoro e non solo i fondi europei sono la leva del piano di ricostruzione dell'Italia. Per spiegare, poi, che la vera libertà è garanzia, costruzione della sicurezza, emancipazione dal risentimento e dalla paura, ma anche dall'egoismo: è la responsabilità di agire individualmente ma in un sistema sociale, dove si decide in autonomia ma secondo la legge, scritta guardando all'interesse generale e al bene comune. Le false libertà, le libertà sterili, sono le altre: quelle che non puntano a un cittadino che dispiega autonomamente le sue facoltà e i suoi diritti, ma a un individuo che si sente libero perché liberato da ogni vincolo nei confronti degli altri e della società. Libero di pensare soltanto a se stesso, rinunciando ad agire come un animale sociale.

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