La crisi dei referendum.

La crisi dei referendum. 

Giustizia, le urne quasi vuote impegnano il Parlamento.

 

Articolo de l'Avvenire 

di Angelo Picariello | 15/06/2022

 

Democrazia partecipativa, maneggiare con cura. È un monito inequivocabile quello che ci restituisce l’ultima consultazione referendaria sulla giustizia, in cui la affluenza si è attestata al 20,9%. Un dato, tutto sommato «nella tendenza di fondo di questo ultimo ventennio», annota Sabino Cassese, che da ex giudice costituzionale aveva messo in gioco tutta la sua autorevolezza perché non andasse sprecata questa finestra di opportunità per sollecitare un’incisiva riforma in una settore nevralgico delle nostre istituzioni che ne ha molto bisogno.

 

Matteo Salvini ringrazia i «dieci milioni di cittadini» che sono andati a votare. Matteo Renzi, che si era speso anche lui per il sì, si rivolge più specificamente ai «sette milioni» di votanti che si sono schierati, sia pur con alcune oscillazioni fra i vari quesiti, per l’accoglimento delle proposte.

 

E tuttavia, per onestà, a dare la misura per intero del flop referendario il dato andrebbe decurtato dei votanti ai referendum nei Comuni chiamati alle urne. YouTrend rileva che a trascinare l’affluenza oltre il 20% ha contribuito in modo decisivo il fatto che nei Comuni chiamati al voto amministrativo a ritirare le schede referendarie è stato il 50,9% dei votanti, altrimenti il dato si sarebbe fermato al 14,7%, un vero record al ribasso.

 

 

Ciò significa anche, però, che se si fosse votato per le Comunali in tutto il territorio nazionale un referendum verso il quale i cittadini hanno mostrato scarsissimo interesse avrebbe superato il quorum. Ma questo sarebbe avvenuto aggirando il requisito indicato dalla Costituzione, volto a validare la consultazione nel solo caso che la maggioranza degli elettori si rechi alle urne. Ora, tutto si può provare a modificare, o ad aggirare, ma le esperienze più recenti dovrebbero averci insegnato che il dettato costituzionale non si può cambiare pasticciando. Lo stesso Cassese nota che «nella prima parte della storia repubblicana la partecipazione ai referendum abrogativi ha oscillato fra il 43 e l’87%».

 

Ma se siamo arrivato al picco più basso del 14,7% (reale) una domanda bisogna porsela: non è che si sia abusato di questo istituto a rischio di snaturarlo? In una democrazia parlamentare come la nostra, consapevoli del fatto che una dittatura ha spesso avuto un periodo di incubazione in Parlamento, si è previsto questo istituto di fatto 'anti-parlamentare' – ricordano i giuristi – contro i rischi di deriva autoritaria, sempre possibile.

 

 

A patto però di non usarlo in eccesso, e stavolta l’abuso ha assunto connotati ancor più marcati. Si era infatti nel pieno di un dibattito parlamentare, coordinato da una figura 'terza' autorevolissima come la ministra della Giustizia Marta Cartabia, ex presidente della Corte costituzionale, e tutti i partiti avevano dato il loro contributo, anche e soprattutto quelli che poi invece hanno scelto di cavalcare l’onda referendaria.

 

E questo è avvenuto, perdipiù, facendo uso di un altro espediente, schierando un numero sufficiente di Regioni, tutte di una precisa parte politica, a sostegno dei quesiti.

Tutto lecito, è vero, ma certo la titolarità riconosciuta a cinque Regioni, in alternativa a 500mila elettori, nelle intenzioni dei costituenti voleva essere una facoltà concessa alle istanze di una fetta importante del territorio e non a una parte politica che per esprimersi ha già il Parlamento come luogo per far valere le proprie ragioni.

 

Ora, che la riforma della giustizia sia urgente ce lo ricorda l’intollerabile numero di cittadini in carcere, da presunti innocenti, non in virtù di una sentenza, ma in relazione a provvedimenti di custodia cautelare.

 

Per questo le parti politiche, invece di eccitare le proprie tifoserie, avrebbero il dovere di muoversi in modo corale e senza altri indugi, per portare avanti una riforma seria, a partire da quella del Csm, più volte sollecitata dal capo dello Stato.

 

E nel frattempo sarebbe doveroso mettere a disposizione, con il consenso di tutti, un serio piano di ammodernamento tecnologico dei Tribunali che avrebbe effetti immediati sulla lunghezza dei processi e sulla certezza del diritto in una giustiza è ancora ferma su questo piano, per precise colpe di (non) legislatori e (non) decisori, al secolo scorso.

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