La Costituzione e l’ambiente

di Michele Ainis | martedì 23 febbraio 2021

 

 

 

Repubblica

 

 

 

E la Costituzione? Ha qualcosa da dire in questa svolta green annunciata dal governo Draghi? C'è una norma, una parola, una riforma da aggiungere al suo testo? Il presidente del Consiglio l'ha pronunziata in Senato, prima d'ottenerne la fiducia: "ambiente", ecco il nuovo termine col quale bisognerà arricchire il vocabolario dei costituenti. Ed ecco quindi l'unica revisione costituzionale su cui l'esecutivo si è impegnato, pur non avendo in squadra un ministro per le Riforme, a differenza di chi l'ha preceduto. Dunque nessuna correzione del bicameralismo o della legge elettorale, nessun intervento sull'organizzazione dello Stato. Su quelle materie deciderà, se vuole, il Parlamento. Al governo sta a cuore un valore, piuttosto che un potere: la tutela dell'ambiente, lo sviluppo sostenibile.

L'idea, in realtà, non è nuova di zecca. Fu avanzata anche da Conte, nel settembre 2019. Nonché da un fronte variegato d'associazioni, gruppi, movimenti. Ma soprattutto venne realizzata nel 2001, con la riforma del Titolo V. Se ne saranno accorti in pochi, tuttavia la Costituzione italiana menziona già la "tutela dell'ambiente" (oltre che "dell'ecosistema"), come materia devoluta alla competenza esclusiva dello Stato: articolo 117, comma 2, lettera s). E d'altronde la nostra Carta faceva spazio all'ambiente pure prima, fin dal suo battesimo. I costituenti - è vero - scrissero "paesaggio", formulando l'articolo 9. Scelsero un'accezione estetica, anziché legata al rapporto fra l'uomo e la natura. Ma le parole si muovono, come le stagioni della storia. Negli anni Settanta, quando l'inquinamento comincia a minacciare gli equilibri del pianeta, quando l'ambientalismo prende forma nella coscienza collettiva, paesaggio diventa "forma del Paese", come suggerì Alberto Predieri. E l'ambiente diventa perciò un valore costituzionale vincolante, sul quale la Consulta ha costruito decine di sentenze.

Ma ora non è in pericolo soltanto il patrimonio naturale. Né la sostenibilità del debito pubblico, anch'essa garantita - quantomeno in teoria - dal nuovo articolo 97 della Costituzione, emendato nel 2012. Ora c'è un rischio più esteso, più complessivo, che si proietta sul futuro. Perché la tecnologia permette scelte che condizioneranno in modo irreversibile le prossime generazioni. E perché l'egoismo dei diritti sta offuscando la cultura dei doveri. Specie nei riguardi di chi non è ancora al mondo, e non ha quindi voce per difendersi. Eppure lo Stato - diceva già Santi Romano nel 1909 - deve curarsi non solo delle generazioni presenti, ma altresì di quelle future. Mentre Calamandrei esortò i costituenti ad operare, secondo il verso dantesco, "come quei che va di notte, che porta il lume dietro e a sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte".

Per raccogliere questo doppio monito, è dunque un'altra garanzia costituzionale che ci occorre: i diritti delle generazioni future. L'hanno fatto i tedeschi, nel 1994, novellando la loro Costituzione. L'ha fatto, tuttavia, anche il Brasile; eppure l'Amazzonia brucia. Quindi non basta la riforma sostenuta dal disegno di legge popolare depositato poi in Senato nel 2019, a firma di Emma Bonino. Non bastano tre parolette in fila, da aggiungere alla Carta. Questo vincolo, per essere effettivo, va affidato alle cure di un tutore. Può trattarsi d'un nuovo organismo indipendente, sul modello dell'Ufficio parlamentare di bilancio, istituito nel 2014 per segnalare le storture della spesa pubblica. O altrimenti possiamo investirne la Consulta, magari su ricorso delle opposizioni in Parlamento. Ma se la democrazia consiste in un rendiconto quotidiano sull'uso del potere, ora è il momento di renderne conto ai pronipoti, non solo ai nostri figli.

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