L'editoriale di Borgognoni, nuovo direttore di Rocca

Tempi difficili per il nostro paese e per il nostro piccolo pianeta,tempi di riflessione sulla nostra ipertrofia antropocentrica, sull’onnipotenza, sulla rottura di ogni limite che, a veder bene, è la cifra di fondo della modernità.

È vero che la modernità è nata col dubbio cartesiano ma è indubitabile che esso veniva superato con la forza del cogito. Questo pandemonio ci ha scosso per mille ragioni ma
soprattutto perché è tornato a dirci il nostro limite, l’essere vulnerabili, perfino mortali! (anche come specie), strutturalmente incapaci di controllare tutti i fattori della natura, della storia,
della vita. Lo stesso lume della ragione, cui dobbiamo affidarci, torna ad essere non un faro abbagliante ma, come avvertiva Bobbio, un lumicino che rischiara quel che può, fin dove può.


A contrastare questa consapevolezza stanno invece i venditori di certezze che più si allarga il mercato della precarietà più aprono le loro chiassose bancarelle dove vendono ricette miracolose a prezzi di saldo. Sono gli amici del popolo, quelli che ti lisciano dal verso del pelo, quelli che basta di pagare le tasse, quelli che ci si può indebitare ad libitum ma la patrimoniale Dio ce ne scampi,quelli che gli immigrati ci tolgono il lavoro ma poi si mettono la mascherina fin sopra gli occhi per non vedere la schiavitù e il caporalato,quelli che bisogna che le scuole siano aperte perché come è noto il virus è un asino che se ne sta alla larga, quelli che la Chiesa torni al suo ordinato lavoro di defensor fidei e rispetti la confort zone del compromesso cristiano-borghese.  Il termine populismo, che tiene insieme questo mondo, è assai impreciso, storicamente ha denotato realtà e contesti diversi:dai russi dell’800, a Peron, a Trump. In Italia ha avuto nell’ultimo quarto di secolo una fioritura impressionante e trasversale. Da Berlusconi a Renzi, da Grillo a Salvini si è dato un colpo alla politica fatta di progetti,di soggetti sociali,di conflitti e di mediazioni tra diversi classi e ceti, non riducibili al termine sommario e ambiguo di popolo. Non si pensi però che il resto della classe dirigente abbia posto un argine a questa deriva:l’editoria, le televisioni, i rappresentanti di categoria e financo talvolta rappresentanti della Chiesa, hanno assecondato e contrattato. Gli intellettuali sono morti come opinionisti, ed è, rispetto alle altre, una morte un po’ peggiore. Naturalmente non è tutto così, c’è ancora pensiero critico, lotte per la giustizia, testimonianze anche cospicue che un altro mondo, un’altra cultura e un’altra politica
sono possibili. Anche noi vorremmo essere un luogo aperto a queste esperienze. Poi ci sono quelli che hanno provato a governare una situazione eccezionalmente difficile dal punto di vista sanitario, economico, sociale, psicologico. Non hanno fatto tutto bene, anzi.


Spesso è mancato il coraggio della verità e delle scelte forti.
L’attenuante è che stanno insieme forze diverse, alcune figlie di scissioni, altre scisse al loro interno, altre che sembrano più assistere che esistere. Poteva andare peggio, ma è poco. Tuttavia, anche per superare la surreale turbolenza politica palese strisciante, sarebbe necessaria qualche scelta netta. Per esempio: perché, se non vogliamo buttare tutto il debito addosso alla next generation, non chiamare ad uno sforzo di solidarietà con i settori effettivamente colpiti tutti i ceti sociali con un forte criterio di progressività? La qual cosa non è una caratteristica del nostro sistema fiscale ma il cuore stesso del nostro patto costituzionale. Prevengo le critiche da sinistra (questa era la proposta berlingueriana dell’austerità ,quando la crisi era enormemente più blanda). E che fine facciamo fare alla speranza di Speranza di potenziare e riqualificare il sistema sanitario pubblico, universale e gratuito, col famoso piano da 40 miliardi, dopo la pessima idea, figlia del pensiero unico degli ultimi due decenni, di aziendalizzare la sanità, peraltro con tanti sprechi e buchi enormi nei servizi essenziali che hanno fatto crescere un privato spesso parassitario?


Le indecenti dichiarazioni della Moratti sulla consegna dei vaccini in base al Pil sono figlie di tanta madre, di una sorta di lotta di classe dei ricchi contro i poveri! Ed infine come non spendere una parola sulla folta schiera degli amici della scuola, anzi della scuola. Gli stessi che ne hanno fatto un’azienda iperburocratica, distruggendo progressivamente l’idea di una comunità educativadentro la quale, la crescente proletarizzazione del ruolo docente, veniva almeno compensata dal senso di una missione culturale alta e socialmente
necessaria alla formazione libera e critica delle nuove generazioni. E oggi tutti lì a chiedere la riapertura (certo auspicabile) come una
panacea, autosufficiente e miracolosa nel nome di una generazione
blandita e inascoltata. Però non si vaccinano gli insegnanti e non si
chiede loro, (contando sul vecchio adagio: «dare poco chiedere poco», peraltro vero solo nella prima parte), di insegnare fino a tutto luglio, costruendo un nuovo patto sociale che faccia di scuola, università e ricerca una priorità vera e che riconosca pienamente il ruolo docente.

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