Il confine fragile tra potere e libertà

Data

14 Ottobre 2020

di Michele Ainis | 13 ottobre 2020


Repubblica


Lo stato d'emergenza è un'alterazione del sistema delle fonti. Detta così, parrebbe una formula chimica; invece esprime la sostanza giuridica dei tempi che stiamo attraversando. E quella politica, anche. E i nuovi equilibri fra Camera, governo, Quirinale. E il rapporto fra Stato e Regioni. E il mutevole confine tra potere e libertà, tra sfera pubblica e privata.

Ma in primo luogo balla la gerarchia tra le fonti del diritto, cioè tra le sorgenti da cui promanano le regole del nostro vivere civile. Queste regole non sono tutte uguali: una legge pesa più di un decreto, e un decreto più di un'ordinanza. Dipende dall'organo che ha il potere d'adottarle, dalla sua legittimazione democratica. Così, la legge viene deliberata in Parlamento, dove siedono persone scelte direttamente dal corpo elettorale. Nei decreti, viceversa, risuona la voce del governo, che viene scelto dalle Camere, non dagli elettori. Dunque la sua legittimazione è più debole, indiretta. E dunque la legge s'impone sul decreto: può abrogarlo, ma non può esserne abrogata. Mentre a sua volta il decreto s'impone sull'ordinanza del singolo ministro, o di altre autorità amministrative.

Sennonché durante lo stato d'emergenza questa piramide viene rovesciata: l'ordinanza prevale sul decreto, il decreto spazza via la legge. Dice l'articolo 25 del Codice della protezione civile: le misure d'emergenza intervengono "in deroga ad ogni disposizione vigente". Da qui il primato dell'eccezione sulla regola, da qui l'essenza del regime emergenziale. Come ha scritto Giuseppe Marazzita in un volume del 2003, il suo presupposto logico è l'inadeguatezza del diritto in vigore rispetto a un fenomeno imprevisto, e quindi la necessità di scardinarlo, di sostituirvi un altro ordine legale.

Questo nuovo ordinamento, però, sovverte anche la catena di comando, rompe gli equilibri costituzionali. Se l'ordinanza di protezione civile prende il sopravvento sulla legge, significa che il Parlamento non è più il fulcro del sistema, bensì semplicemente un comprimario, se non proprio una comparsa. È il potere esecutivo, viceversa, a incarnare tutta l'autorità dello Stato. E al suo interno il presidente del Consiglio, attraverso i Dpcm, che sfuggono al controllo dello stesso capo dello Stato. Come l'ultimo Dpcm della serie, apparso in Gazzetta ufficiale in seguito alla proroga dello stato d'emergenza, deliberata dal Consiglio dei ministri per la seconda volta in pochi mesi.

Lo stato d'emergenza muta pertanto i connotati della nostra forma di governo. Li curva in senso presidenzialista, se così possiamo dire. Ma anche in senso statalista, comprimendo i poteri delle Regioni (che infatti storcono la bocca). E giocoforza in senso autoritario, perché restringe le libertà dei cittadini. Un male necessario, dato che l'epidemia non è affatto sparita. A patto di non oscurare servizi a loro volta necessari - la scuola in primo luogo, come ha ricordato Dario Cresto-Dina su questo giornale. E tuttavia lo Stato di diritto reclama il proprio spazio, nonostante l'emergenza. Rivendicando due principi, almeno due.

Primo: ogni emergenza è per definizione provvisoria. Non a caso il Codice ne stabilisce la durata massima: 12 mesi, prorogabili per non più di altri 12 mesi. Rispetto al Covid, lo scorso 31 gennaio il governo Conte ne aveva fissato la scadenza al 31 luglio, poi al 15 ottobre, ora al 31 gennaio 2021. Ma è lecita questa gestione frazionata della crisi? A prendere sul serio le parole della legge, la proroga può essere una sola, da consumarsi in una volta sola. E oltretutto, quando cadrebbe il suo termine finale? Al 31 gennaio 2022 (due anni dalla prima delibera) o al 31 luglio 2021 (un anno dalla prima proroga)? Pasticci forieri di bisticci.

Secondo: il ruolo delle Camere. Finalmente più attive, attraverso il voto su una risoluzione che orienta la condotta del governo. Bene, ma non basta. Anche perché le opposizioni non l'hanno votata, abbandonando l'aula. C'è invece bisogno di coinvolgerle, specie in una crisi che rende marginale il Parlamento, la sola istituzione abitata dalle minoranze. Si potrebbe allora battezzare una Bicamerale, affidandone la presidenza a un esponente dell'opposizione. O stabilire un obbligo d'informazione preventiva alle due Camere per ogni misura emergenziale. Ma in ogni caso la democrazia non tollera cavalieri solitari, neanche in tempo di crisi.