L’occidente deve aprire le porte ai migranti in fuga dalla crisi climatica

di Sally Hayden | Venerdì 6 maggio

 

 

 

 

 

 

 

 

Internazionale

 

 

 

 

 

 

 

 

Per descrivere il loro viaggio verso l’Europa i somali dicono tahriib, una parola araba usata per lo più per indicare attività illegali legate al traffico e al contrabbando. Chi sceglie di migrare deve attraversare Etiopia, Sudan e Libia, e poi il Mediterraneo in barca fino all’Europa. O almeno, quelli abbastanza fortunati da terminare il viaggio.

 

I loro familiari pagano migliaia di euro a trafficanti privi di scrupoli senza alcuna garanzia che questi mantengano le promesse iniziali: i prezzi possono lievitare anche dopo l’accordo, a viaggio in corso, e i disperati abbandonati prima di arrivare a destinazione. Eppure le persone continuano a provarci. E il cambiamento climatico gioca un ruolo sempre più importante nel prendere la decisione di partire.

 

Seduto a quaranta gradi sotto il sole nella Somalia sudoccidentale, Abdirahman Nur Hassan, anziano del posto e rappresentante del comitato sulla siccità della cittadina di Dollow, mi ha detto che in questa regione i viaggi illegali verso l’Europa erano rari, emigravano soprattutto i giovani disoccupati, ma “adesso i viaggi sono diventati la norma”. La siccità impedisce alle persone di sostentarsi nei loro luoghi di origine e spostarsi diventa una scelta obbligata. “Se questa siccità continuerà, le cose peggioreranno ancora, gli animali rimasti moriranno e le persone che vivono in quest’area si aggiungeranno agli sfollati”.

 

Uno dei paesi più vulnerabili


La situazione in Somalia è catastrofica. Sei milioni di persone vivono già sotto la soglia di insicurezza alimentare considerata critica, la stagione delle piogge è saltata per tre anni consecutivi e per questo 81mila persone sono vittime di carestia. Le Nazioni Unite hanno avvertito che 350mila bambini potrebbero morire se non saranno messi a punto programmi di assistenza alimentare adeguati. In base alle stime, quest’anno 1,4 milioni di bambini soffriranno di malnutrizione grave.

 

Secondo il Norwegian refugee council, l’ultima siccità ha provocato lo sfollamento di 745mila persone, soprattutto dopo gennaio. È difficile raccogliere dati precisi sui decessi: per i funzionari del governo e le organizzazioni umanitarie visitare i luoghi colpiti è sempre più complesso a causa del controllo esercitato dal gruppo islamista militante Al Shabaab su vaste aree del territorio.

 

La crisi climatica ha giocato un ruolo significativo nel rendere i periodi di siccità più intensi e le piogge meno prevedibili. La temperatura del pianeta è già aumentata di 1,1 gradi. La Somalia è considerata uno dei paesi più vulnerabili al cambiamento climatico, ed è uno dei luoghi dove gli effetti della crisi sono più evidenti e visibili.

 

La carestia del 2011 ha provocato la morte di 250mila persone. I periodi di siccità si susseguono uno dopo l’altro e le vittime non hanno nemmeno il tempo di riprendersi prima di dover affrontare quello successivo. La situazione è destinata a peggiorare: si prevede che entro la fine del secolo la temperatura media in Somalia aumenterà di tre gradi.

 

La crisi climatica è provocata in larga misura dalle emissioni occidentali, ma raramente ne è conseguito un aumento di aiuti finanziari per i paesi meno industrializzati che devono affrontare gli effetti di un disastro del quale non sono responsabili. Il Regno Unito ha una popolazione appena quadrupla rispetto a quella della Somalia, ma nel 2018, l’ultimo anno in cui sono disponibili i dati della Banca mondiale, ha prodotto una quantità di emissioni 520 volte superiore. Nel 2006 la proporzione era addirittura di 933 tonnellate di anidride carbonica a uno.

 

 

 

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