L’Italia sotto l’effetto di un doppio analgesico

di Ferruccio De Bortoli | sabato 10 ottobre

Corriere della Sera



Viviamo sotto l’effetto di un doppio analgesico. Ma non ce ne accorgiamo o facciamo finta di niente.
Comprensibile di fronte all’insorgenza autunnale del virus. Il debito pubblico crescerà, a fine 2020, di quasi duecento miliardi. Era (in parte) inevitabile. Sono cifre che rimuoviamo nella normalità, figuriamoci ora. Anche se la Bce (e la Banca d’Italia) ne possiederanno, a fine 2021, circa un terzo. E il Btp decennale è sceso questa settimana allo 0,72 per cento. Mai indebitarsi è costato così poco.


Il secondo antidolorifico è per molti una sorta di vaccino necessario per curare i mali dell’economia, nella pericolosa convinzione che lo Stato possa fare tutto. Senza limiti. Sussidiare, integrare, proteggere. E, come «imprenditore di ultima istanza», salvare tutti i posti di lavoro. Prima o poi questa illusione cadrà, a cominciare dalla fine del blocco dei licenziamenti. Dobbiamo dircelo. E prepararci. Nessuno contesta il diverso ruolo assunto dallo Stato, e non solo in Italia, di fronte alla pandemia. Era necessario, soprattutto a tutela dei più deboli. Una questione di civiltà. Ma non la sua eccessiva esondazione a danno del mercato e della concorrenza, concetti che hanno assunto, nel dibattito quotidiano, toni negativi se non apocalittici. Come se l’agire del privato fosse sempre sospetto; il perseguimento legittimo (e regolato) degli interessi colpevole. E l’affidarsi, di conseguenza, all’intervento pubblico salvifico per definizione, virtuoso a prescindere.


I privati in economia hanno le loro colpe, ma se ragioniamo così andremo incontro ad amare sorprese.
Quando il doppio analgesico comincerà ad esaurire i suoi benefici effetti, un’opinione pubblica poco avvertita si sentirà tradita. Diffondere la sensazione che esista una sorta di benessere di cittadinanza è ingannevole. Chi ha ruoli istituzionali e di governo ha il dovere di dirlo. Nei giorni scorsi il cancelliere dello Scacchiere britannico, Rishi Sunak, parlando alla Camera dei Comuni ha detto, chiaro e tondo: «Non possiamo salvare ogni azienda, non possiamo salvare ogni posto di lavoro». Non ha detto: «Arrangiatevi». Ha detto la verità.


Gli italiani si sono dimostrati adulti nel combattere il virus (meglio di tanti altri), lo saranno anche nel costruire la ripresa se messi nella condizione di lavorare con fiducia, investire nella propria formazione, avviare nuove attività, godere di buon credito. Un discorso di verità (e di equità) farà leva sulla loro voglia di riscatto, sul senso del dovere (sì dovere) dei tanti che si sacrificano, soffrono, si reinventano. E vanno incoraggiati, aiutati, non illusi. Una narrazione di comodo, suggestiva e fuorviante, indurrà invece a credere che ci si possa indebitare senza limiti (e dunque allora perché pagare le tasse?) e attendersi sempre un aiuto dallo Stato. Costi quel che costi. Il lavoro purtroppo nessuno lo recapiterà a casa. Come fosse un pacco. Sarà sempre il frutto di fatica, ricerca, studio. Anche dopo delusioni feroci.


Nei prossimi giorni dovrebbero essere emanati i decreti attuativi di Patrimonio Destinato, il braccio operativo (ma separato patrimonialmente) della Cassa depositi e prestiti per intervenire con soldi pubblici nelle aziende in crisi. Avrà a disposizione 44 miliardi che non sono risparmio postale, ma debito pubblico. Uno strumento indispensabile. Si stima che il 25 per cento delle imprese, pari per valore aggiunto al 18 per cento del Prodotto interno lordo, sia a rischio. I contribuenti si augurano che i soldi vengano investiti al meglio nella tutela delle attività che hanno un futuro. Ristrutturazioni anche dolorose sotto il profilo dell’occupazione saranno inevitabili. Meglio dirlo subito per non creare attese ingiustificate. Venerdì è stato firmato il decreto per la costituzione della «nuova compagnia aerea italiana». Si spera che l’aspro confronto fra le forze politiche per avere un posto in consiglio (i componenti sono così passati da 7 a 9) sia rivelatore di una rinnovata energia nel gestire l’Alitalia che perde mezzo miliardo l’anno. Dare i soldi alle aziende decotte, trasferendo il costo sull’intera comunità nazionale, e negarli magari alle startup giovanili non è il modo migliore per riprendere a crescere. E nemmeno serve per salvare posti di lavoro. I lavoratori sono tutelati meglio con politiche attive che riqualificano i profili professionali. Ingessare troppo l’economia (per esempio impedendo di licenziare oltre un certo limite) è dannoso per tutti. Se le aziende non si riorganizzano, semplicemente muoiono. La concorrenza crea occasioni per i giovani, premia il merito, riduce le disuguaglianze. L’Italia ha uno dei più bassi tassi di natalità delle imprese e solo una minoranza di giovani pensa di mettersi in proprio, di fare l’imprenditore. Certo, se l’impresa è guardata con sospetto, non c’è da meravigliarsi. Ma il futuro, nell’economia circolare e sostenibile, sarà costellato di tanti lavori in proprio, non necessariamente disprezzabili e precari. Meglio prepararsi.


Curioso poi che molti di coloro che invocano l’intervento dello Stato in economia o il suo doveroso allargamento nella tutela della salute pubblica, trascurino di affrontare l’altra faccia del problema. Qualcuno lo Stato, cioè tutti noi, dovrà pure finanziarlo, non potendosi indebitare all’infinito. Dunque, non si affronta con la dovuta sincerità, il tema dell’evasione fiscale. Non si può pretendere un aiuto pubblico e, nello stesso tempo, non sentire il dovere morale di contribuire, nel rispetto della progressività, al suo sostentamento. Il programma europeo Next Generation Eu (si chiama così e sarebbe bello tradurlo in Prossime generazioni) potrà rendere possibile, nell’ambito di riforme serie, una salutare riduzione della pressione fiscale specialmente a favore del ceto medio e del lavoro. Ma non sarà eludibile un discorso sulla revisione del gettito fiscale che comporterà per qualcuno un aggravio (specie se si sfoltiranno i troppi sussidi). Ci accorgiamo, ancora più seriamente in questi giorni, della improrogabile necessità di investire nel Servizio sanitario nazionale. Lasciando per un attimo da parte il Mes, oggetto di una esoterica polemica politica, non si può pensare a lungo che il costo della sanità pubblica gravi in maniera così massiccia sui redditi da lavoro. E anche coloro che giustamente temono l’invadenza dello Stato come gli imprenditori, qualche riflessione in più dovrebbero farla. È stato giusto non pagare l’Irap (che sostiene in parte il Servizio sanitario) in giugno anche per le aziende che non erano state colpite dalla pandemia e che avevano, in alcuni casi, guadagnato di più? È stato giusto eliminare il superticket anche per chi avrebbe potuto tranquillamente pagarlo? Lo Stato è uno solo. Non ve n’è uno occhiuto e arcigno e un altro generoso e protettivo.