Inferni. Parole e immagini di un’umanità al confine

di Daniele Rocchetti | giovedì 18 febbraio 2021

 

 

 

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Ge Hinnom, questo è il nome ebraico, traslitterato in greco con Gehenna, della valle di Hinnom che gli ebrei e i cristiani usarono per definire il luogo della punizione eterna. Perché una bella valle illuminata dal sole ha dato il nome all’inferno? Perché essa rappresenta il punto più basso della città di Gerusalemme, l’antitesi del monte del Tempio. Se quest’ultimo evocava il monte del Signore, il primo simboleggiava lo sheol, gli inferi, il regno della morte, la tomba universale nella quale immettono tutte le tombe individuali. La fine della valle, dove anticamente venivano bruciati vivi i bambini in sacrificio al dio Moloc, era anche l’inizio del deserto, che per la tradizione ebraica costituiva sia la continuazione del caos originario sia la dimora dei demoni, in particolare, secondo Levitico 16,10, di Azazel. Al tempo di Gesù, la valle inoltre era la discarica delle immondizia della città e i rifiuti venivano bruciati notte e giorno dal “fuoco inestinguibile”. Alla Geenna e a quanto ha simbolicamente rappresentato per molto tempo nell’immaginario cristiano ho pensato quando ho cominciato la lettura di un testo prezioso. “Inferni. Parole e immagini di un’umanità al confine” (EDB, 2020), scritto da Giovanna Brambilla, acuta storica dell’arte e responsabile dei Servizi Educativi alla nostra GAMEC. Un libro di un centinaio di pagine, didattico e profondo allo stesso tempo, che traccia e interpreta secoli di immagini artistiche sull’aldilà dei dannati: da Giotto a Van Eyck, da Botticelli a Michelangelo, da Goya a Munch, con una particolare attenzione all’arte, poliforme, contemporanea. Sempre cercando di mostrare tra le pieghe dei molti inferni dagli orizzonti bassi e senza apparenti fessure in cui la modernità si è infilata ed è sedotta “una possibile via d’uscita in una giustizia umana e divina, capace di dare riscatto, generare perdono, e non perdere Dio”. 

 

Quali sono le ragioni che ti hanno portato a scegliere un tema come questo?

 

Il tema dell’inferno è un tema che accende l’immaginazione, ma che nello stesso tempo si incontra quotidianamente nella realtà, se solo si è vigili e non si chiudono gli occhi, quindi ammetto che una sorta di inclinazione personale mi ha fatto sentire particolarmente in consonanza con questo argomento, e i suoi risvolti etici. Il punto di origine, così si chiama l’esca che fa partire il fuoco, vien però dal fatto che un paio di anni fa, in occasione di un triduo dei morti, mi venne chiesta una meditazione proprio su questo tema, scelto tra i Novissimi, con l’intento di declinare l’inferno prestando particolare attenzione a come l’arte contemporanea ha affrontato questo argomento, in modo esplicito o metaforico.

 

Il tuo libro presenta una lunga carrellata di immagini. Eppure, dopo i riferimenti evangelici di Matteo e Luca, parti dalle parole, dalle parole di Dante, l’inizio del Canto Terzo della Commedia. Perché?

 

La partenza dai Vangeli era d’obbligo, soprattutto per capire quanto l’idea di un alto e di un basso, o di un’impostazione orizzontale, a destra e a sinistra di Cristo, non potesse prescindere da quella fonte. Se, però, pensiamo al nostro archetipo figurativo, alle parole che si sono fatte immagini, la fonte del nostro pensiero sull’inferno, un inferno certo medievale, ma quanto mai vivo e coinvolgente, viene da Dante. Lo si studia a scuola, passiamo tutte e tutti, attraverso i suoi cancelli, ed è facile che si pensi a lui, prima che a Matteo e Luca, come principale descrittore; sono le terzine dantesche a dare la trama sui cui i pittori, dal XIV secolo in poi, hanno intessuto l’ordito dei loro dipinti, da Botticelli a Michelangelo, ibridando con quell’estrema libertà che caratterizza l’arte, la figura di Cristo e del Giudizio con Caronte e Minosse. Ovviamente l’intento non era di sminuire la fonte evangelica, ma quello di renderla più tremenda, di fare del Dies Irae qualcosa che impressionasse lo sguardo, turbasse i cuori, rinfrancasse nella fede e allontanasse dai peccati. Fu questa, infatti, la ragione per cui spesso era dipinto in controfacciata, nelle chiese, ovvero su quella parete a cui andava l’ultimo sguardo, prima di rientrare nel mondo secolare e tornare alla vita quotidiana. 

 

Il testo mostra come nel corso del tempo sia cambiata la comprensione dell’inferno: un percorso attraverso alcuni autori. Ce lo puoi riassumere? Come gli artisti hanno dato voce a questo tema?

 

Riassumerla non è semplice, rischierei di banalizzare una “staffetta” di temi, immagini e contenuti, però potrei dire che quello che, a mio parere, avviene guardando le opere che si snodano dal medioevo sino a noi, è che l’idea di inferno si è lentamente spostata da un concetto trascendente, una sorte che si sarebbe incontrata dopo la morte, a una condizione tristemente immanente. In un mondo dove nessuno metteva in discussione le gerarchie sociali, che si rispecchiavano in quelle angeliche, un mondo dove non c’era mobilità sociale od economica, l’idea di giustizia, e di Giudizio finale, era collocata in un’eternità fuori dalla storia. Però, con Dante, e poi con Michelangelo – così ferito nel profondo dalla crisi della Chiesa ai tempi della Riforma e del Sacco di Roma – le questioni storiche entrano nella rappresentazione; gli artisti iniziano a registrare gli inferni che toccano con mano, come fece Goya con le fucilazioni dell’esercito francese a Madrid, o Musič con i cadaveri dei deportati a Dachau. Si inserisce poi, con grande forza, anche l’inferno “dentro”, la propria inadeguatezza, il proprio tormento, la fatica di entrare in sintonia con una società conformista, come avviene nei dipinti di Munch. Infine, nella contemporaneità più vicina a noi, nel terzo millennio, l’inferno diventa la regola, la condizione paventata o quella vissuta sulla propria pelle; in un mondo in cui, come afferma Bauman, si fa il gioco delle sedie e qualcuno resta sempre privo, in cui si è eroso lo spirito di solidarietà e nel lavoro si spingono le persone a scavalcarsi e a non unirsi, inferno è diventare vuoto a perdere, è non trovare senso nell’esistenza. Anche se, poi, ho voluto chiudere il libro con una possibilità di riscatto.

 

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