In Tunisia c’è la peggiore crisi politica dalla primavera araba

de Il Post | lunedì 26 agosto 2021

 

 

 

 

La crisi iniziata domenica è considerata la più grave nel paese dalla rivoluzione del 2011, che diede inizio alla cosiddetta Primavera araba e che portò la Tunisia a uscire da quelle proteste con una democrazia relativamente solida (unico paese a riuscirci).

 

La rimozione del governo da parte del presidente è arrivata al culmine di una dura lotta politica tra Saied, eletto nel 2019, e il governo guidato dal partito islamista moderato Ennahda, che dal 2011 si è imposto come la più importante formazione politica della Tunisia. Ennahda è guidato da Rached Ghannouchi, che è presidente del parlamento, ed esprime anche il primo ministro, che attualmente è Hichem Mechichi.

 

In Tunisia è in corso da anni una gravissima crisi politica. Mechichi è il terzo primo ministro a entrare in carica in circa un anno, e il parlamento è molto frammentato: attualmente nessun partito ha più del 25 per cento dei seggi.

Ma i problemi principali sono la crisi economica e la gestione disastrosa della pandemia da coronavirus. L’economia della Tunisia è stagnante da anni, e la paralisi politica non ha fatto altro che bloccare le riforme necessarie per rilanciare la crescita. Questo mese il paese ha ricevuto aiuti dall’Unione Europea e da alcuni paesi arabi, e il governo prima di essere rimosso stava contrattando con il Fondo monetario internazionale per ottenere un prestito necessario a evitare il default.

 

Il governo è stato molto criticato anche per non essere riuscito a gestire la pandemia da coronavirus: 550 mila persone sono state contagiate e 18 mila sono morte, in un paese di 11,6 milioni di persone. La campagna vaccinale va a rilento, con meno del 10 per cento della popolazione immunizzato, e la gestione dei centri vaccinali è stata a tal punto male organizzata che la settimana scorsa Saied aveva ordinato all’esercito di prenderne il controllo, provocando una crisi politica che è stata un’anticipazione di quella di domenica.

La giornata di domenica era cominciata con grandi proteste di piazza a Tunisi, la capitale, e altre città come Gafsa, Sidi Bouzid e Nabeul. Migliaia di tunisini erano scesi in strada per chiedere la rimozione del governo di Mechichi e la dissoluzione del parlamento. Per la prima volta, le manifestazioni avevano preso di mira le sedi del partito Ennahda, che erano state vandalizzate e in alcuni casi perfino bruciate.

 

Quando poi, in serata, Saied ha annunciato la dissoluzione del governo, centinaia di manifestanti hanno cominciato a festeggiare in strada, mentre l’esercito circondava l’edificio del parlamento e impediva al suo presidente, Ghannouchi, di entrarvi.

Ennahda e altri partiti politici alleati hanno definito la misura del presidente come un colpo di stato. Ghannouchi ha chiesto ai suoi sostenitori di scendere in strada per difendere il governo democraticamente eletto, e c’è il rischio che tra i sostenitori del governo e quelli del presidente si verifichino scontri e violenze.

Non è chiaro nemmeno cos’abbia intenzione di fare ora Saied, che è un avvocato costituzionale eletto come indipendente, senza un partito a sostenerlo. Saied ha contribuito alla stesura della Costituzione tunisina, promulgata nel 2014, ma subito dopo ne ha cominciato a criticare diversi elementi. Dopo la sua elezione, si è detto più volte a favore di aumentare i poteri della presidenza, che attualmente ha un ruolo marginale legato alla politica estera e alla difesa. Annunciando la rimozione del governo, Saied ha anche citato la possibilità di eliminare l’immunità giuridica per i membri del parlamento.

Non è chiaro per ora quale sia l’effettivo sostegno di cui gode il presidente in Tunisia, e se sarà possibile per lui assumere il governo effettivo del paese, come ha annunciato.

 

 

 

 

 

 

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