Il vescovo Beschi: la sfida di servire la vita al tempo del Covid

di Paolo Birolini | giovedì 06 maggio 2021

 

 

 

Avvenire

 

 

 

«Il dolore si fa sentire con una voce più forte di tutte le altre. Non si riesce a pensare, non si riesce nemmeno a pregare. Il dolore ha la possibilità di mangiarci l’anima». Tre aprile 2020. Durante la meditazione della Via Crucis il vescovo di Bergamo, Francesco Beschi, fotografa lo strazio di una terra sommersa dalla prima, terribile ondata di Covid. Uno scenario di morte, dominato da «un silenzio che non avremmo mai immaginato. Un silenzio squarciato dal suono delle sirene che dicono un nuovo dolore, un’angoscia, ma insieme anche una premura, una corsa d’amore».

Nel mezzo della disperazione più nera Beschi invita a guardare il Crocifisso, perché «sappiamo che non ci abbandonerà». Sono parole che riecheggiano dalle pagine del volume appena uscito nelle librerie La pandemia del dolore e la speranza (Marcianum Press; pagine 208; euro 16) in cui il presule ha raccolto le sue riflessioni sull’incubo vissuto dalla comunità bergamasca nella primavera scorsa. Un viaggio da cui nessuno è uscito uguale a prima.

«Ho voluto portare la testimonianza di un pastore alle prese con la condizione particolarissima della Chiesa di Bergamo – racconta Beschi ad Avvenire – che porterà addosso per sempre la violenza del contagio. Il nostro popolo è stato sottoposto a una prova unica. Sarebbe un torto alla realtà non solo dimenticare, ma anche non raccogliere l’eredità provocante di questa prova».

Un’eredità, spiega il vescovo, che consiste nell’aver compreso l’importanza della cura delle relazioni. «Una lezione che personalmente ho raccolto e assimilato nella maniera più forte di tutta la mia vita – continua –. Vanno benissimo le strutture pastorali, ma alla luce della pandemia conta che la comunità e i pastori siano capaci di servire la vita lì dove si nasce, si soffre e si ama. Una pastorale che prenda sul serio la vita delle persone, quel che il Papa chiama la carne. Perché il corpo fa parte della spiritualità cristiana».

Un «prendersi cura» che Beschi ha sperimentato nel momento più cupo, in giorni talmente difficili da sembrare surreali. «I camion militari che partono con le bare a bordo sono diventati un’icona mondiale – ricorda –. Ma a me è rimasta anche un’altra immagine. Se ci penso, mi rivedo davanti i tre furgoni dei carabinieri che hanno riportato a Bergamo quelle persone. Al cimitero mi sono trovato 400 urne da benedire. Persone che nessuno sapeva dove fossero finite. Mi sono imbattuto anche nelle ceneri di un prete che non eravamo più riusciti a trovare. Dentro quelle urne c’era un mondo intero».

Ma nel cuore del vescovo restano anche immagini «d’amore, di forza e di preghiera» che hanno squarciato l’oscurità di quel periodo. Ne sceglie una. «Eravamo all’inizio del contagio, quando la pandemia non era ancora esplosa in tutta la sua violenza. Pensai di fare un giro tra i dormitori e incontrai don Fausto Resmini, prete capace come pochi di amare gli ultimi, cappellano del carcere. Lo abbracciai forte. Due giorni dopo fu ricoverato e morì di Covid di lì a poco. Fu un abbraccio talmente intenso che l’Ats mi chiamò per invitarmi a fare il tampone».

Nel libro il pensiero va anche ai 24 sacerdoti della diocesi che hanno perso la vita durante la prima ondata. Ma c’è spazio anche per la speranza, come recita il titolo. Che non significa tanto tornare alla vita di prima, ma iniziare qualcosa di nuovo. «Potremo ripartire realmente, se ripartiamo insieme – scrive Beschi –. Non lasciamoci tentare da quegli interessi particolari che così pesantemente hanno condizionato la nostra vita in questi anni: interessi particolari sempre più marcati, interessi particolari a molti celati, interessi particolari portati avanti con le strumentalizzazioni e le manipolazioni più evidenti». È tempo di cambiare. Con uno sguardo diverso. «Rinasceremo, ripartiremo, se ci lasciamo rigenerare dall’amore di Dio, accolto e trasformato nel nostro modo di vivere».

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