Il grande caldo, la grande fuga. L'esodo degli africani, profughi del clima

di Lucia Capuzzi, con la collaborazione di Alessandro Galassi | Mercoledì 11 maggio

 

 

 

 

 

 

 

 

Avvenire

 

 

 

 

 

 

 

 

Alla comunità internazionale fa comodo ignorarlo. E gli stessi protagonisti non ne sono consapevoli. Eppure, la gran parte dei subsahariani che bussano alle porte blindate di Melilla, enclave spagnola in territorio marocchino, fugge dalle devastazioni provocate nei propri Paesi dal cambiamento climatico, a cui l’Africa è particolarmente sensibile pur non avendovi di fatto contribuito. Siccità, alluvioni, bufere hanno ridotto di un terzo la produzione agricola del Continente: il record mondiale. Ai contadini, oltre il 70 per cento della popolazione, non resta, dunque, che partire. Verso la fortezza Europa che li bolla come migranti economici e li respinge.

 

«Alcuni migrano verso qualcosa. Altri migrano da qualcosa». Ali Mohamed lo dice sapendo di appartenere alla seconda categoria. Proprio come Ahmed Yahiq, Adam Khams, Ahmed Sumsoon Mustafa, Mohammed Ishais e il resto del popolo del “giser”, “ponte” in arabo. Questi giovani sud-sudanesi, in realtà, abitano sotto il ponte.

 

La fretta può essere fatale quando si è alla penultima tappa della corsa a ostacoli per raggiungere il Nord. Oujda, lungo la frontiera con l’Algeria, è la capitale dell’Oriente marocchino e il trampolino per Nador, distante meno di 150 chilometri. Come la sua città-gemella ma di differente nazionalità: Melilla, enclave spagnola in Africa.

 

Melilla è un frammento di Spagna conficcato nel Continente africano. L’unica via d’accesso terrestre all’Europa, insieme a Ceuta. E, per questo, blindata, a partire dal 1998, da una triplice barriera di filo spinato e metallo alta dieci metri. La “valla”, la chiamano.

 

In 24 anni di esistenza, il primo muro dell’Europa post Guerra fredda non è riuscito a scoraggiare i migranti dal cercare di oltrepassarlo, come dimostrano i “maxi-salti” del 2 e 3 marzo: quasi in 4mila si sono arrampicati sulla rete in due giorni. Certo, appena qualche centinaio è effettivamente entrato. Come Omar. “Ce l’avevo fatta, ero dentro. Ma dopo qualche ora la polizia mi ha preso: non potevo correre, mi faceva male la gamba. E mi ha rispedito indietro”, afferma il giovanissimo kenyano che ha impresso sulla coscia destra il “prezzo” dello scavalcamento: uno squarcio irregolare lungo quindici centimetri, rammendato con una serie di punti. Giura, però, che appena potrà camminare di nuovo riproverà.

 

L’alternativa alla “valla” è prendere la strada per el-Ayoun, oltre mille chilometri a sud di Melilla, da dove partono – previo il pagamento di circa 3mila euro ai trafficanti – i barconi diretti alle Canarie. La gran parte del popolo dei barconi non arriva: l’anno scorso sono annegati lungo la rotta atlantica oltre 4mila disperati. Il doppio rispetto al 2020 e alle vittime della direttrice mediterranea. Eppure, gommoni scassati continuano a lasciare il porto di el-Ayoun e 15mila persone attendono nei boschi della zona di salire a bordo.

 

 

 

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