Il gigante buono contro tutte le guerre: “Me ne vado via felice, ricordatevelo”

di Massimo Giannini | Giovedì 25 agosto

 

 

 

La Stampa

 

 

 

 

Il Gigante Buono se n’è andato. Quando penso a Gino Strada, a tutto quello che è stato, a tutto quello che ha fatto, non mi vengono in mente che queste due parole. Il Gigante Buono se n’è andato in questo agosto di fuoco, mentre si riposava in Normandia insieme a Simonetta, per una vita la sua assistente, da un mese anche sua moglie. Ho i brividi, a pensare che la nostra ultima telefonata è stata solo l’altroieri sera. L’Afghanistan è di nuovo in fiamme, la «tomba degli eserciti», dopo quello inglese e quello russo, sta seppellendo anche quello americano (e un po’ anche quello italiano), mentre i Taleban lo stanno riconquistando dopo vent’anni di battaglie inutili.

 

L’avevo chiamato per questo: chi meglio di Gino, che in quello spicchio di mondo ci ha vissuto sette anni, ci ha costruito due ospedali, ci ha curato centinaia di migliaia di feriti, può raccontare cos’è quel Paese, quanto noi occidentali abbiamo sbagliato, cosa stiamo perdendo laggiù? E lui mi aveva risposto, come sempre, anche se era in vacanza. E come sempre aveva detto «sì, te lo scrivo», anche se era convalescente dall’ennesimo intervento cardiaco. Mai avrei potuto immaginare che quella sarebbe stata la nostra ultima telefonata. E che quello che mi aveva mandato a tarda sera sarebbe stato il suo ultimo articolo. Quasi il suo testamento morale: contro la guerra, contro la violenza, contro l’odio.

 

Gino era un gigante. Non per il fisico, per quanto il suo sguardo fosse severo, la sua barba fosse ispida, il suo tono fosse grave. Quanto per la personalità: la sua passione civile, la sua forza etica, la sua tempra morale. Ed era buono. Perché, mentre lo curava nel corpo, guardava dentro all’anima dell’uomo. Per cercare e scambiare tutto il bene possibile, senza finzioni e senza mediazioni.

 

Se non lo conoscevi, non potevi capirlo né saperlo, ma era così. E io lo conoscevo, ormai da diversi anni. La prima volta ai tempi del rapimento in Iraq di Daniele Mastrogiacomo, amico e collega di Repubblica. Ebbe allora un ruolo discusso, per alcuni addirittura ambiguo. Io so solo che senza il suo intervento con i «tagliagole» (perché sì, piaccia o no lui curava pure quelli) oggi Daniele non sarebbe più tra noi. Da allora siamo diventati amici. Ho seguito le attività e partecipato agli eventi di Emergency: un «popolo» incredibile e instancabile. Due anni fa mi aveva convinto a seguirlo: «Vieni con noi una settimana, andiamo all’ospedale di Kabul e poi sulle montagne, in quello di Lashkar-Gah. Ti resteranno nel cuore…». Avevo già la valigia pronta, quando esplose la bomba devastante nel quartiere delle ambasciate, e lui insieme a Simonetta mi chiamò rassegnato. «Mi dispiace, i nostri da Kabul sconsigliano il viaggio, è troppo pericoloso». Ho ancora qui con me, dentro il passaporto, il visto che allora mi consegnò lui stesso, per entrare in Afghanistan. Una piccola reliquia, che mi conserverò.

 

Risultava burbero, ruvido, persino respingente. Appariva sempre un po’ cupo, anche se pochi ricordano che questa cupezza lo aggredì dopo la scomparsa della prima moglie Teresa, con la quale ha condiviso la vita, gli ideali, la fondazione di Emergency. Lui, d’altra parte, non ne parlava mai. Parlava solo dei suoi ospedali: 18 in ogni angolo devastato del pianeta, dal Ruanda alla Cambogia, dalla Serbia alla Sierra Leone, dal Sud Sudan all’Uganda, dove sta per finire l’ultimo, quello al quale teneva di più, l’ospedale verde, l’ospedale della bellezza, che ha progettato per lui «il Geometra», un altro dei suoi grandi e veri amici, Renzo Piano: avevamo presentato tutti tre insieme il progetto a Milano, tre anni fa. E lì si che la cupezza di Gino svaniva, spazzata da via da un sorriso, al pensiero di quanta bontà sprigionasse quel progetto, l’ennesimo, per curare i bimbi cardiopatici. «Quando è finito ci andiamo tutti e tre insieme», prometteva. Non abbiamo fatto in tempo.

 

Negli ultimi mesi parlava anche dei suoi ambulatori: 13 sparsi in tutta Italia. Li aveva pensati per curare quelli che la nostra civiltà dello scarto considera «diversi»: i migranti, i «clandestini». E poi un giorno mi confidò: «Sai, non avrei mai immaginato che, con l’esplosione delle disuguaglianze e i tagli selvaggi al Welfare, quegli ambulatori sarebbero diventati il luogo della cura anche per gli italiani poveri, esclusi e dimenticati da tutto e da tutti. Sai quanti sono? Le cifre ufficiali dicono 11 milioni, tra poveri assoluti e poveri relativi. Capisci in che dramma viviamo?». Lui curava tutti. Perché era un medico e un chirurgo, innamorato del suo lavoro. E perché era un uomo generoso, impegnato per chiunque avesse bisogno. In quasi vent’anni ha soccorso e operato 10 milioni di persone, e ne ha salvate poche di meno. Senza mai guardare niente: la fede religiosa o il colore della pelle. Senza mai chiedere niente: la carta d’identità o la carta di credito. Una cosa soltanto, contava: la cura.

 

Questa era la sua ossessione, speculare all’altra che sempre lo ha mosso: il rifiuto della guerra. Di ogni tipo di guerra. «Non ti far fregare - diceva - non esiste guerra giusta». Voleva addirittura inserirla in Costituzione «l’abolizione della guerra». Per questo, il Gigante Buono era anche scomodo. E non vi fate incantare dalle lacrime di coccodrillo che scorrono in queste ore. Nell’Italia senza memoria, si piange qualunque morto. Ma aveva tanti nemici. A destra e anche a sinistra. Perché trattava tutti allo stesso modo, secondo le sue idee che non mutavano con le stagioni. Accusava i partiti con equa indignazione. I governi di sinistra, dal D’Alema del 2000 che mandò i caccia nella ex Jugoslavia al Gentiloni che mandò Minniti a trattare con i libici. E i governi di destra, dal Berlusconi che partecipò all’attacco all’Iraq con Bush al Conte-Salvini-Di Maio, «per metà fascisti e per metà coglioni». Secondo la formula ipocrita e anodina oggi ricorrente, Gino risultava «divisivo». Dunque da trattarsi con le molle nei canali del servizio pubblico e con la spada dai media del mainstream sovranista. Quando conducevo “Ballaro’”, tra il 2014 e il 2016, e lo invitavo in trasmissione, l’apposito, patetico “funzionario Rai” non mancava mai di farmi arrivare il solito messaggio: «Attenzione a Strada…». Io lo mandavo serenamente a quel paese. E ci ridevamo sopra, con Gino, quando ci incontravamo prima della trasmissione, al solito hotel vicino alla Stazione Termini. «Io penso solo ai miei poveri malati - tagliava corto - e non ho niente da perdere». Io lo stimavo per la stessa ragione che spingeva molti a detestarlo. La sua cifra era la radicalità: ma era un medico, non un politologo. Alcune sue idee non le condividevo: parlava da utopista, tagliava i giudizi con l’accetta. Ma lui se lo poteva permettere, perché non era un pacifista da salotto: conosceva le guerre, e ci stava in mezzo per salvare vite umane.

 

Parlo al telefono con Simonetta, che ora piange, piange e piange. L’altroieri sera, insieme all’articolo sull’Afghanistan, mi avevano mandato per Whatsapp la loro ultima foto, di poche settimane fa: appena sposati. Lui in camicia bianca e giacca blu, in condizioni normali «uniforme» impensabile per il Gigante Buono, lei in vestitino scuro e bouquet di fiori bianchi in mano. Gino sorride, finalmente. Per me è un’altra reliquia, ancora più preziosa. «Sai - mi confida Simonetta - stamattina mentre se ne andava mi ha sussurrato proprio questo: me ne vado via felice, ricordatelo…». Ed è così. Dopo tanti anni difficili, le sofferenze personali, i guai fisici, il cuore malato, il diabete, le operazioni, ora Gino era di nuovo felice. E voleva che si sapesse, giura Simonetta. «Per 17 anni abbiamo lavorato insieme, guardandoci sempre un po’ in cagnesco, io pensavo che lui fosse uno stronzo, lui pensava che io me la tirassi troppo. Alla fine, pochi mesi fa, ci siamo guardati negli occhi, e all’improvviso è esploso tutto quello che avevamo dentro. È stato bellissimo, ma è durato troppo poco…». È vero: è durato poco. Ma per noi, caro Gino, è abbastanza per non dimenticarti.

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