Il fallimento del G20 sulla salute: le priorità sanitarie restano in mano alla finanza

di Nicoletta Dentico | Mercoledì 6 ottobre
 
 
 
Altreconomia
 
 
 
La strada dell’inferno, si sa, è lastricata di buone intenzioni. E di buone intenzioni è infarcito il Patto di Roma, il documento finale del G20 Salute, riunitosi il 5 e 6 settembre a Roma. Il testo è come un albero di Natale grondante di palle colorate -princìpi e aspirazioni smentiti dalla realtà di un apartheid sanitario nella gestione globale della pandemia- un garbuglio di dichiarazioni declamatorie con cui i Paesi del G20 promettono tutto e si impegnano a fare di tutto. Ma lo sappiamo: gli alberi di Natale sono senza radici.

Gli estensori non hanno lesinato sui riferimenti che servono a tranquillizzare certa società civile: dall’approccio di genere alla menzione del diritto alla salute, dal ruolo del personale sanitario al riferimento ardito al quarantesimo anniversario del Codice di condotta sull’allattamento al seno. E poi diversi paragrafi su “One health”, la strategia che associa la salute umana a quella animale e planetaria. Ma sono specchietti per le allodole.

L’astrazione delle enunciazioni rafforza la rotta segnata dal solo appuntamento strategico del G20 a presidenza italiana su questa materia: il summit sulla salute globale del 21 maggio, che si è svolto alla presenza della leadership politica globale che conta, compresa quella del settore privato (con tanto di Bill Gates e case farmaceutiche). E prepara il terreno delle decisioni sulla salute alla sessione congiunta salute-finanze alla fine di ottobre. Sarà quella la sede, dice il ministero della Salute, “per affrontare in particolare la questione fondamentale di come migliorare l’architettura globale della sanità”.
 
 
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