Il covid ci aiuta a rompere il tabù della morte



di The Economist | 16 ottobre 2020


Internazionale


Fino a quest’anno molti newyorkesi non avevano mai sentito parlare di Hart Island, dove vengono seppelliti i defunti non reclamati della città. Poi, in piena pandemia, un video in cui si vedevano degli operai scavarci lunghe trincee è diventato virale. Ogni settimana su questo minuscolo isolotto venivano inviati circa 120 cadaveri, mentre i cimiteri e i crematori non riuscivano a tenere il passo del covid-19. Un’impresa di pompe funebri di Brooklyn è stata denunciata per aver ammassato cadaveri in un camion non refrigerato preso a noleggio. Al picco dell’epidemia Tal Farenga, un impresario di pompe funebri del Bronx, organizzava il triplo dei funerali rispetto al solito ed è stato costretto a mandare via cinquanta famiglie in lutto al giorno. “Era straziante”, racconta Farenga.


Il covid-19 ha provocato più di un milione di morti, almeno quelli registrati, la maggior pare dei quali non nei paesi in via di sviluppo ma in quelli sviluppati. Un dato che va contro una tendenza a lungo consolidata. Dalla seconda guerra mondiale in poi i paesi ricchi hanno avuto pochi episodi di mortalità prematura di massa. Nelle loro culture la tendenza è stata quella di rimuovere la mortalità dalla vista e relegarla agli ospedali, escludendola dal novero dei possibili argomenti di una conversazione educata. Adesso la pandemia sta inducendo le persone che vivono nel mondo ricco ad adottare approcci aperti e pragmatici alla morte, una cosa meno insolita nei paesi in via di sviluppo dove, a causa di povertà, sanità scadente, strade pericolose e conflitti armati le persone sono più a stretto contatto con la morte.

Un nuovo sondaggio dell’organizzazione di beneficienza Hospice uk ha rilevato che quest’anno il 40 per cento dei britannici che hanno perso un familiare a causa del covid-19 ha espresso le sue ultime volontà e un terzo ha pianificato il suo funerale (meno di un quinto di tutti i britannici ha fatto una di queste due cose). Inoltre sono sempre più numerose le persone che scelgono di morire a casa: dai primi di giugno la percentuale è stata di 30-40 punti sopra la media degli ultimi cinque anni in Inghilterra e Galles. Tutto ciò che ricorda l’epidemia – non solo i notiziari ma anche le mascherine e i flaconi di prodotti igienizzanti – fa emergere quella coscienza subliminale della morte che gli psicologi definiscono “salienza della mortalità”. “Ci piaccia o meno, siamo circondati dalla morte e per noi è più sano accettarlo”, afferma Tracey Bleakley, direttrice di Hospice uk.


Non resti incinta se parli di sesso, e non muori se parli di morte

Per molti versi i paesi ricchi stanno tornando a vecchie abitudini. Fino al ventesimo secolo le morti precoci erano comuni in America e in Europa. Nella Gran Bretagna vittoriana le famiglie vestivano i loro defunti e posavano insieme a loro per le fotografie. Secondo un antico detto, il salotto (oggi luogo di cene davanti alla tv) si usava per due cose: una visita della regina o l’esposizione di un cadavere. Tuttavia con la prima guerra mondiale e la pandemia di spagnola del 1918-20 l’opinione pubblica era stremata dalla dimensione della perdita, così è nato un settore apposito preposto alla sua gestione. “Non credo che la gente fosse consapevole di come la morte sarebbe stata sottratta del tutto alle famiglie e alle case”, afferma Caitlin Doughty, impresaria di pompe funebri e sostenitrice del movimento per la “morte positiva”, che promuove il dibattito su questo argomento.

Oggi nel mondo ricco il lutto è stato professionalizzato, medicalizzato e sanificato. Molti giovani, soprattutto se ricchi, non hanno mai visto un cadavere. Solo il 30 per cento degli americani e il 25 per cento dei britannici muore a casa. La maggior parte passa a miglior vita negli ospedali o nelle case di riposo, dove amici e parenti li vedono poco nei loro ultimi giorni di vita. La distanza alimenta un atteggiamento infastidito. In un recente sondaggio il 90 per cento dei tedeschi afferma che la maggior parte delle persone non sa come comportarsi in presenza di una persona che sta morendo.

La pandemia ha aiutato la gente a superare questa timidezza. Nel 2011 Susan Barsky Reid ha lanciato il Death café, che prevede l’organizzazione di incontri tra estranei per uno spuntino o un tè (ultimamente su Zoom) per parlare di qualsiasi argomento relativo alla morte, dalla pianificazione immobiliare alle teorie sull’aldilà. Il numero di eventi quest’anno è esploso. “Non resti incinta se parli di sesso, e non muori se parli di morte”, afferma, ma molta gente è convinta che porti sfortuna. In effetti ci è voluta la pandemia per indurre Barsky Reid ad affrontare l’argomento delle ultime volontà con suo marito.


Le richieste di aiuto per redigere testamenti, disposizioni per il fine vita e procure permanenti hanno registrato un picco

Conversazioni di questo tipo sono effettivamente morbose. Ma parlare della morte può aiutare gli anziani e i malati a provare meno ansia. Le conversazioni esplicite sulle ultime volontà disinnescano i conflitti consentendo ai parenti di sapere se un paziente desidera essere portato in ospedale o sottoposto a ventilazione artificiale.


Le richieste di aiuto per redigere testamenti, disposizioni per il fine vita e procure permanenti hanno registrato un picco. Ian Bond, responsabile dei servizi per la redazione di testamenti della Law society, nel Regno Unito, afferma che a richiedere questi servizi non sono solo persone anziane, ma anche medici e persone giovani. “Tutti vogliono essere ricordati per quello che sono, non per il disordine che si sono lasciati alle spalle”, afferma Bond.

Tra i medici l’epidemia ha accelerato un movimento per supportare i pazienti ad affrontare la possibilità della morte. Il gruppo di ricerca di Boston Ariadne lab ha pubblicato lo scorso aprile una guida alla conversazione su questi argomenti in cui i medici vengono istruiti su come dire ai loro pazienti che non tutti sopravvivo al virus e su come chiedere loro quali siano le loro ultime volontà. Nel kit ci sono domande impegnative. Chi dovrà prendere le decisioni mediche per conto vostro? Quali capacità sono importanti per la vostra vita al punto da non poter immaginare di vivere senza? È stato scaricato finora da novemila persone.

Il Massachusetts general hospital di Boston ha cominciato nel 2017 a formare i medici su questo tipo di conversazione e a includerle tra la documentazione dei pazienti. Soltanto nei mesi di aprile e maggio l’ospedale ha registrato 5.100 conversazioni di questo genere, due terzi in più rispetto a quelle registrate complessivamente dal lancio di questa iniziativa. “È la salienza della mortalità che consente a medici, pazienti e familiari di superare le barriere emotive”, afferma Vicki Jackson, direttrice del reparto di cure palliative e medicina geriatrica dell’ospedale.

Già prima del covid-19 le persone nel mondo ricco si chiedevano se la fine delle vita dovesse essere per forza di cose un’esperienza clinica. Nel 2017 per la prima volta dall’inizio del ventesimo secolo negli Stati Uniti sono state più numerose le persone decedute in casa rispetto a quelle decedute in ospedale. L’epidemia ha rafforzato questa tendenza. Molte persone temono ospedali e case di riposo per paura di essere contagiate dal virus o di contribuire a mandare in sofferenza i servizi sanitari. A causa delle regole rigide sulle visite ai propri cari molti pazienti sono riluttanti a trascorrere gli ultimi giorni in istituti.


Pratiche tradizionali
Niente di tutto questo è una novità per i paesi in via di sviluppo, dove molte persone muoiono a casa e spesso non esistono tabù culturali riguardo la conversazione sulla morte. Gli acholi dell’Uganda settentrionale non si sforzano affatto di tenere la morte fuori dalla vista: gli anziani del villaggio si incontrano per parlare del sostegno alle famiglie e le lapidi degli antenati sepolte nei terreni di famiglia sono importanti indicazioni di proprietà. In effetti, un motivo per cui è difficile contare i decessi provocati dal covid-19 nei paesi poveri è che molte vittime muoiono nelle loro case. Una ricerca sui malati di cancro del 2015 ha rilevato come il 60 per cento dei decessi in Messico avvenisse in casa, una percentuale che in Corea del Sud era solo del 12 per cento. In alcuni posti il problema è l’accesso alle cure mediche, in altri si tratta semplicemente di tradizioni.

Per i tana torajan dell’Indonesia la casa è sia il letto di morte sia l’agenzia di pompe funebri. Saba Mairi’ ricorda di aver perso il nonno quando aveva 11 anni. La sua famiglia ha tenuto il cadavere in una stanza accanto alla cucina, offrendogli riso e acqua all’ora dei pasti. Cinque anni dopo, anche dopo il funerale, la famiglia non gli aveva detto addio. Seguendo una tradizione torajan, di tanto in tanto i familiari vanno a prendere i corpi mummificati dalle tombe, li puliscono, li abbigliano con abiti nuovi e danno una festa. “Per noi”, racconta Saba, 36 anni, “fanno ancora parte della famiglia e noi li amiamo”. Alcune pratiche tradizionali avevano già cominciato a modernizzarsi prima della pandemia, pur non uniformandosi necessariamente alla sobrietà occidentale. Con l’aumento dei redditi, in Uganda settentrionale le famiglie hanno iniziato a rivolgersi a servizi funebri professionali perché facessero tutto al posto loro, stampando in alcuni casi delle t-shirt con il volto del defunto. In Ghana le famiglie moderne sono solite collocare i parenti deceduti in surgelatori per mesi o anche anni in attesa di risparmiare i soldi necessari al funerale, un’occasione di festa che può durare anche diversi giorni.

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Tuttavia, in alcune parti del mondo in via di sviluppo il covid-19 potrebbe portare a una svolta in senso secolare. In Medio Oriente i luoghi di culto sono stati evitati perché focolai di contagio. Il lutto è stato trasferito online, dove le autorità religiose arrivano con minore facilità. In Iran c’è talmente tanta rabbia contro i religiosi al potere per la gestione raffazzonata della pandemia che le persone in lutto adesso postano poesie invece che versetti sacri. “Per favore, niente dissertazioni religiose”, chiedeva una famiglia nella città iraniana di Shiraz. “L’infermiera è ormai più sacra dell’imam”, afferma Hamed Abdel Samad, docente di studi islamici nato in Egitto ma residente in Germania.

Paradossalmente in occidente la pandemia sta minacciando il settore tradizionale dei servizi funerari. La National funeral directors association (Nfda) degli Stati Uniti dichiara che sono aumentate le richieste di cremazioni, in parte perché alcuni legislatori hanno proibito la sepoltura di persone morte per covid-19 nel caso in cui i cadaveri siano ancora veicolo del virus. Un dato che imprime un’accelerazione a cambiamenti in atto già da decenni che hanno portato a una contrazione della redditività del settore. Nel 2015 le cremazioni hanno superato le sepolture come forma più comune di funerale negli Stati Uniti. Di solito costano attorno ai 5.150 dollari tutto compreso, mentre per finire due metri sotto terra ci vogliono in media 7.640 dollari.


È il tuo funerale
A peggiorare le cose per le imprese di pompe funebri c’è il divieto di assembramento. Secondo i membri della Nfda, i familiari stanno posticipando le commemorazioni. Hanno iniziato a offrire delle opzioni in streaming, che però riducono le liste degli ospiti dal vivo. Questa tendenza potrebbe proseguire anche quando il virus sarà passato: le persone a lutto che non sono particolarmente religiose di solito optano per cerimonie più semplici e la quantità di americani per i quali avere un funerale religioso è molto importante è scesa dal 50 per cento del 2012 al 35 per cento del 2019.

Ultimamente un gruppo di persone alla ricerca di metodi di sepoltura meno all’antica si sono affollate in una lussureggiante foresta a quarantacinque minuti da Francoforte. Il bosco, popolare tra le famiglie che amano i picnic, è anche un cimitero in cui è possibile far seppellire le proprie ceneri in urne biodegradabili. Alexa Drebes, una guardia forestale del posto, lo scorso mese ha dovuto raddoppiare il numero di visite guidate. La pandemia, racconta, ha reso persone di tutte le età molto più consapevoli della morte.

Anche per chi non ne parla i promemoria dell’epidemia sono ovunque. Questa situazione ha fornito un esperimento naturale per gli studiosi di un concetto psicologico noto come teoria della gestione del terrore. I ricercatori stanno rilevando che con il proseguire della crisi gli americani sono più d’accordo con i tradizionali stereotipi di genere come quello secondo cui gli uomini dovrebbero essere coraggiosi e le donne oneste, riflettendo forse un bisogno di certezze davanti alla morte (pensano anche che la consapevolezza della caducità umana potrebbe far aumentare sbronze e cibo spazzatura).

Prendere coscienza della morte però non deve per forza essere deprimente. Secondo un detto buthanese, contemplare la morte cinque volte al giorno porta alla felicità. A tale proposito, la app WeCroak manda ai suoi utenti cinque citazioni al giorno per ricordare la loro impermanenza. In una pandemia una simile app potrebbe apparire ridondante. Ma se effettivamente il covid-19 stesse costringendo le persone del mondo ricco a iniziare a pensare e a parlare della morte in modi più aperti e pratici, sarebbe riuscito in un’impresa con cui medici, avvocati, impresari di pompe funebri e psicologi sono alle prese da decenni.