I valori di Genova vivono in quelli del commercio equo

di Marco Fazio | Lunedì 19 luglio

 

 

 

Altreconomia

 

 

 

 

 

Non c’è giustizia climatica senza giustizia nel commercio. Un principio che il movimento del commercio equo e solidale ribadisce da anni prima di ogni Conferenza sul clima organizzata dalle Nazioni Unite, avendo avuto fin dall’origine la lungimiranza e la capacità di collegare le cause dello squilibrio economico con quello sociale e quello ambientale. La crisi climatica è appunto un’ingiustizia: il suo impatto ricade maggiormente su coloro che ne sono meno responsabili. I piccoli agricoltori nel Sud del mondo stanno subendo gli effetti del cambiamento climatico: siccità e alluvioni, cambiamenti nell’andamento della maturazione e quindi dei raccolti, nuovi parassiti, malattie e piante infestanti legati al clima, rendimenti minori.

 

Lungimiranza e capacità che il commercio equo e solidale ha condiviso da subito dentro e con il movimento che vent’anni fa ha animato Genova e con quelli nati (prima e dopo) in tutto il mondo. Il popolo di Seattle, Porto Alegre e Genova aveva individuato con lucidità la forte correlazione tra il modello economico globale e i suoi devastanti effetti, tra cui le crisi sanitarie e climatiche che oggi stiamo affrontando, sotto forma anche di perdita di biodiversità, deforestazione. In un modello economico basato su catene di approvvigionamento caratterizzate da un significativo squilibrio di potere, i produttori e i lavoratori marginalizzati delle filiere sono tenuti in uno stato di povertà perpetua. La trasformazione verso modelli di produzione e di consumo sostenibili è al cuore della teoria del cambiamento del movimento del commercio equo e solidale. La cui forza è che la teoria è linfa per la pratica quotidiana, per la sperimentazione dimostrabile di scambi sostenibili dal punto di vista economico, ecologico, ecosistemico e comunitario.

 

Sarebbe impossibile fare l’elenco dei casi concreti, basterebbe andare (magari in bici o a piedi) a visitare una bottega. Ma pensiamo, tra i soci di equo garantito, al progetto di cartoleria Eco Maximus della cooperativa “Vagamondi” che usa come materia prima lo sterco degli elefanti dello Sri Lanka; agli artigiani di abbigliamento e accessori, con cui si relazionano AltraQualità ed Equomercato, che utilizzano tecniche produttive a basso impatto ambientale e materie prime naturali o riciclate.

 

O ancora all’esperienza di Libero Mondo che da sempre -in quanto cooperativa di tipo B- coniuga direttamente sostenibilità economica, ambientale e sociale. L’impatto del commercio equo è raccontato bene da Altromercato, che ha da poco pubblicato un dossier che mette centro la sostenibilità ambientale e sociale dei produttori e delle filiere.

 

Al vertice di Lima del 2019, i membri della World fair trade organization, l’organizzazione mondiale di cui fa parte Equo Garantito (Wfto), hanno approvato una risoluzione per rafforzare l’impegno nell’affrontare il cambiamento climatico e proteggere l’ambiente, aggiornando così in maniera esplicita i dieci principi mondiali del commercio equo e solidale. “C’è un chiaro legame tra il commercio equo e la crisi climatica -afferma la risoluzione, che durante i mesi estivi verrà ripresa e implementata negli appuntamenti assembleari del movimento-. Dato che è sempre più una delle maggiori sfide affrontate dai produttori con cui i nostri membri lavorano, o dai membri stessi del Wfto (il più delle volte nel Sud del mondo); oggi è a volte una sfida ancora più grande che assicurare prezzi equi e un salario di sussistenza ai lavoratori e ai produttori”.

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