Giuseppe Dossetti: note sul ministero

di Fabrizio Mandreoli |  sabato 2 gennaio

 

 

 

 

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Giuseppe Dossetti: note sul ministero

In questo tempo così complesso in diversi riflettono sul bisogno di ripensare profondamente molti aspetti della vita civile e di quella ecclesiale. Per questa ragione conviene proseguire il tentativo di riflessione ed immaginazione – avviato a partire da un nostro commento a un testo di Ivan Illich  (cf. qui su SettimanaNews) – sul senso, le modalità e le forme del ministero ordinato.

Un altro testo può accompagnarci in queste considerazioni: si tratta di un discorso quasi sconosciuto di Giuseppe Dossetti – tra l’altro amico di Illich – che alla fine degli anni Sessanta propone, nel corso di un incontro con un gruppo di presbiteri reggiani, alcune persuasioni profonde e originali. Il discorso – molto ricco anche al di là del nostro tema – può essere suddiviso in quattro parti che noi assumiamo come tappe di un ragionamento possibile sui fondamenti del ministero nella Chiesa (di oggi).

Va qui riconosciuto che l’avvio della riflessione – da parte mia – sul senso del ministero nella riflessione di Giuseppe Dossetti è iniziata insieme ad Athos Righi (Bologna 18.11.1943 – Amman 19.12.2020) della Piccola Famiglia dell’Annunziata, che capiva e sentiva molti interrogativi umani, ecclesiali e spirituali con singolare affetto e forte desiderio di partecipazione.

Un limite di fondo e una prospettiva plurale

In una prima parte introduttiva Dossetti mostra la consapevolezza della parzialità della propria visione, nel senso che si tratta solo di una delle molte riflessioni possibili sul ministero. Tale premessa è del tutto coerente con la tesi dell’intero discorso:

«Mi vado sempre più convincendo che una cosa da dire è questa: [bisogna] concepire il sacerdozio in maniera molto articolata e [bisogna] reagire contro la continuità, che è gravissima e pesante, nella nuova situazione e in quello che presume essere il nuovo pensiero, di un errore vecchio che dura almeno da qualche secolo».

In cosa consiste tale errore secolare? Nel fatto di essersi ridotti a «una visione monistica, monolitica del sacerdozio cristiano. Visione monistica, monolitica [che] ci hanno imposto i secoli precedenti, sostanzialmente proponendo, alla quasi generalità del sacerdozio, un tipo solo di sacerdote che era il chierico riformato della contro-riforma; il sacerdozio dei cosiddetti chierici regolari».

Tale visione unica, o meglio monistica, caratterizza tutte le rappresentazioni del ministero, anche quelle che – alla fine degli anni Sessanta – si pretendono più aggiornate. La convinzione di Dossetti è differente e allarga l’orizzonte: «Credo che invece noi dobbiamo convivere in una visione pluralistica». Infatti:

«Se noi studiamo attentamente la Scrittura e il modo in cui si presentano i ministeri nella Scrittura e studiamo […] le esperienze cristiane dei secoli che possono in qualche misura fare testo, quando il contatto con il momento delle origini, delle fonti è più vivo e più esemplare, noi possiamo riconoscere una visione molto articolata del sacerdozio».

La prima conclusione è chiara:

«C’è spazio per una pluralità di prospettive e modelli in corrispondenza di una pluralità di bisogni, di situazioni e di esigenze; ma non una pluralità che sia soltanto una pluralità estrinseca; una pluralità profonda che riscopre cioè le ragioni profonde e interiori delle eventuali diversità, garantendo così ad un tempo l’unità nella pluralità».

Nel discorso egli intende tratteggiare alcune di queste ragioni profonde contestualizzandole nel quadro del suo recente ritorno da un lungo viaggio in Asia durato dal 29 novembre 1968 ai primi mesi del 1969.

 

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