Enrico Letta: «Ora sono grato a Renzi. E colleziono campanelle»

di Enrico Caiano | giovedì 20 maggio 2021

 

 

 

Corriere della Sera

 

 

 

La sua terza vita è cominciata il 14 marzo, quando al Nazareno l’assemblea nazionale del Partito democratico lo ha eletto segretario alla quasi unanimità (che lui non voleva). La seconda, da prestigioso preside dell’Università parigina di Sciences Po, era finita due giorni prima, quando Enrico Letta, 54 anni, aveva deciso di sciogliere la riserva e candidarsi alla segreteria pd. La prima, quella da premier italiano, si era conclusa il 22 febbraio 2014, poco più di 7 anni fa, con la consegna della campanella del Consiglio dei ministri nelle mani di un sorridente Matteo Renzi che quel posto glielo aveva appena scippato.

Su 7 domani in edicola con il Corriere della Sera il neosegretario dei Democratici, a una settimana dal debutto in libreria e in edicola del suo nuovo libro Anima e cacciavite (Solferino), racconta questo suo nuovo inizio a Massimo Gramellini. A cominciare proprio da quell’episodio a palazzo Chigi: «Tutti mi dissero che ero stato troppo rancoroso, ma stavo inaugurando una fase nuova della mia vita e volevo entrarci all’insegna della trasparenza». Ovvero, senza sorrisi forzati a chi gli aveva detto di stare sereno e poi... «A distanza di 7 anni — racconta a Gramellini — sono sinceramente grato a Renzi per la brutalità di quel momento. Se mi avesse fatto fuori in modo soft, proponendo soluzioni compensative come avviene in questi casi, non so se avrei trovato la forza per cambiare lavoro, città, nazione, vita».

 
 

Invece l’ha fatto e sette anni dopo eccolo nei luoghi del delitto. Con un corredo ci campanelle in più: da quel giorno «me ne regalano di continuo», tanto che ormai le colleziona e si è convinto che «anche all’Italia ogni tanto servirebbe una campanella per obbligarci a cambiare abitudini che facciamo fatica a lasciare». Lui, un’abitudine nuova se l’è data e l’ha annunciata nel discorso programmatico al partito: usare parole di verità. Ultimamente con Salvini si è esercitato. E con Gramellini anche, quando parla di come è scaturita la scelta della sua figura per guidare il Pd: «So perché mi hanno chiamato: la Curia non si metteva d’accordo e aveva bisogno di un Papa straniero». Tornando a Salvini, confessa che con lui sarebbe «disposto a venire a patti anche sulla legge elettorale», pur di realizzare il sogno di questa sua terza vita: «Dare una dote ai diciottenni, trattenere i ragazzi italiani in Italia, senza però farli restare in casa con mamma e papà fino a trent’anni».

 

Come per Draghi («lo vedo molto determinato, stimolato intellettualmente e affascinato da questo nuovo impegno»), anche lui crede che «il problema principale del nostro Paese è che non fa più figli». Il suo di problema è invece riconquistare quella parte di elettorato che ha deciso di non votare più pd: «Basta con il partito della Ztl », il Pd della classe dirigente che vive nei centri storici delle grandi città. Sa che quel mondo è attento al tema dei diritti civili, altri, i lavoratori impoveriti dalla pandemia che dovrebbero rappresentare gli elettori tradizionali di una forza progressista hanno invece priorità assai diverse: «Per me — prova a fare sintesi — esiste un solo diritto, il diritto al futuro che riunifica i diritti sociali e quelli civili: sostenibilità, lavoro e identità. Sono contento di aver convinto Draghi a inserire nel piano di rilancio una clausola di premialità a favore delle aziende che assumono giovani e donne». La terza vita può cominciare davvero.

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