Emergenza Covid, questione di eguaglianza

di Michele Ainis | 14 novembre 2020

 

 

Repubblica

 

 

Questa epidemia sta sollevando una formidabile questione d'eguaglianza. Fra cittadini di zone rosse o gialle, fra dipendenti pubblici e lavoratori privati, fra negozianti aperti o chiusi, fra uomini e donne, fra giovani e vecchi. Ciascuna di tali categorie si sente vittima d'un sopruso, a torto o a ragione. Avverte un trattamento diseguale, che diventa una ferita al proprio senso di giustizia, e provoca infine la lacerazione del tessuto sociale.

Ai tempi del lockdown totale eravamo una comunità, un popolo segnato da un unico destino; ora siamo una massa informe d'individui, per lo più dominati dal rancore. Non un sentimento bensì un risentimento collettivo, che s'allunga come un'ombra sulle stesse istituzioni, sui rapporti fra maggioranza e opposizione, su città e Regioni armate l'una contro l'altra, e tutte insieme contro lo Stato.

I fatti, del resto, sono quantomai eloquenti. Li ha denunciati António Guterres, Segretario generale delle Nazioni Unite: il Covid sta accrescendo il divario fra Paesi ricchi e poveri. E al loro interno fra le persone e fra le imprese, colpendo soprattutto le più deboli. Le donne, per esempio: quelle che lavorano (il 63%, contro il 94% degli uomini) in Europa guadagnano il 15% in meno, e l'epidemia le ha rese maggiormente vulnerabili ai licenziamenti. Mentre aumenta la distanza tra le generazioni, cui ormai toccano destini separati. Nelle zone rosse gli unici reclusi sono i giovanissimi, che non possono uscire di casa né per studiare né per lavorare. Però anche i più anziani, per la medesima ragione. Intanto la Società degli anestesisti ha appena rieditato le regole della morte, il criterio per scegliere chi vada curato, quando le risorse non siano sufficienti; e l'età avanzata rimane uno svantaggio.

Ma è inoltre un handicap nascere a Catanzaro anziché a Bolzano, dal momento che nel primo caso la spesa per le strutture sanitarie (fra il 2000 e il 2017) conta 16 euro per abitante, nel secondo 184 euro. Sicché in Calabria il contagio non è troppo diffuso, però mancano infermieri e posti letto, e allora la Regione precipita nell'inferno delle zone rosse, mentre i calabresi s'accendono di rabbia, loro che c'entrano, questa condizione non è mica colpa loro.

Tuttavia nemmeno è colpa dei dipendenti pubblici, se ancora continuano (per quanto tempo?) ad avere lo stipendio assicurato. Né dei pensionati, né delle altre categorie fin qui protette dalla crisi. Eppure s'avverte come un'onda di livore, verso il vicino di casa se non verso il governo. Ciascuno fa i conti in tasca all'altro, e i conti non tornano, non più.

In questi esercizi matematici riecheggia la domanda che formulò Aristotele: qual è il perimetro del principio d'eguaglianza? Chi sono gli uguali? Qualcuno ha osservato che perfino i nazisti applicavano l'idea dell'uguaglianza, all'interno della comunità degli ariani.

La nostra Costituzione non contempla razze superiori, però ci offre una bussola per individuare chi merita speciali protezioni, chi ha perciò diritto a un trattamento diseguale, ossia più favorevole. I bambini (art. 31). I malati (art. 32). Le donne lavoratrici (art. 37). Gli invalidi, i disoccupati, i vecchi (art. 38). È questa la cerchia dei soggetti deboli, sono loro gli uguali. Non le categorie numerosissime, elencate una per una con piglio notarile, che figurano nei provvedimenti dell'esecutivo.

Ecco infatti la responsabilità più grave di chi ci governa: aver messo a rischio l'unità degli italiani. Per forza, se li seppellisci con 21 decreti legge e altrettanti Dpcm in 9 mesi. Se ciascun decreto s'allarga per centinaia di commi, dove ogni microcategoria riceve un vestito su misura. Se sciorini un rosario d'azioni e d'eccezioni, senza una norma generale, senza una parvenza d'eguaglianza. E senza chiedere pegno a chi ha tratto vantaggio dalla crisi: i giganti del web, per dirne una. Ma intanto circola un senso d'ingiustizia, e l'ingiustizia fiacca lo spirito, mentre il virus aggredisce il corpo.

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