Dove va il PD di Letta?

di Giuseppe Boschini | venerdì 04 giugno 2021

 

 

 

SettimanaNews

 

 

 

A pochi mesi dalla successione tra Zingaretti e Letta, qualche prima considerazione sul nuovo segretario e sulla linea politica del Partito Democratico è possibile. Ed è possibile anche farsi qualche domanda sul presente e sul futuro del più grande partito della “sinistra” italiana, o di ciò che ne resta.

Cos’è la Destra, cos’è la Sinistra?

Con questo titoletto non stiamo scomodando solo Gaber. Insigni politologi – ricordiamo Norberto Bobbio – hanno fortemente discusso negli ultimi decenni su cosa resti oggi del concetto di “sinistra” (e di “destra”, ovviamente).

Parlare ancora di destra e sinistra, naturalmente, è possibile. Anche se spiega lo scacchiere politico assai meno di un tempo. Certi populismi, ad esempio, sono di destra o di sinistra? Dare un reddito di cittadinanza, è di sinistra (perché tutela i più i più poveri) o è di destra (perché invece di puntare sul lavoro che dà dignità a tutti, cade nell’assistenzialismo clientelare)? E la globalizzazione? Va salutata come la realizzazione di ideali internazionalisti, o come un pericolo concreto per i lavoratori?

Sembrano domande oziose, ma forse sono esplicative della crisi identitaria della sinistra italiana, e non solo italiana (pensiamo ad esempio cosa resta di forze politiche storiche come la sinistra francese).

Diritti individuali o diritti sociali?

Oggi la sinistra si dibatte tra due identità: quella di cultura liberal-radicale (la sinistra dei diritti individuali e delle libertà) e quella di cultura sociale-solidaristica (quella dei diritti sociali e dei beni comuni). Le due identità non sono necessariamente contrapposte. Ma nemmeno tanto in equilibrio. Basterebbe vedere l’impegno che si mette – giustamente, a volte – per ampliare i diritti e le libertà individuali.

È sempre bilanciato dallo stesso impegno per difendere i diritti sociali e collettivi? C’è la stessa enfasi, la stessa urgenza di approvare leggi, di fare riforme, quando si parla di diritto al lavoro, di salari, di assegni familiari, di previdenza sociale, di tutela dei beni comuni (pensiamo, su tutti, al tema dell’acqua come risorsa strategica o all’ambiente)? Ce la sentiremmo di dire – ad esempio – che il Partito Democratico è il più grande partito ecologista del Paese?

Temiamo proprio di no. Eppure, cosa c’è più di “sinistra” che pensare la casa comune, quella dove dovranno abitare i giovani domani e – soprattutto – le persone che meno si tutelano da sole, quelle più povere e con meno mezzi culturali?

Il richiamo di Letta alla sinistra “sociale”

La proposta di Letta di una “dote” per i giovani (per il loro studio e la loro costruzione di carriera), finanziata con una “tassa sulla ricchezza”, è indubbiamente una proposta di sinistra. Che risveglia un’anima sociale, finalmente. Centra temi costitutivi come l’equità, la redistribuzione della ricchezza, la diseguaglianza tra generazioni, il futuro. Temi di sinistra e da sinistra, non c’è dubbio.

Purtroppo, l’uscita della proposta sui media non è stata efficace e felice: un po’ perché non adeguatamente preparata dentro al partito e nel governo (ufficialmente, almeno, non pare si fosse mai discussa e nessuno era pronto a parlarne); e un po’ perché – invece che partire dal lato dei “giovani” – si è partiti dal lato del “come finanziarla”, col risultato di dissolvere tutto nella polemica sulla reintroduzione di una tassa di successione.

Anche se un po’ arruffata nella gestione, la proposta di Letta è un segnale di vita del filone di sinistra sociale nel nostro Paese, anche dentro al PD. Un filone che poi, in una recente intervista, e nel suo nuovo libro annunciato, Letta ha ripreso con forza.

Anima e cacciavite è il titolo del libro del neo-segretario, e nella sua anticipazione a La Repubblica, lo scorso 26 maggio, Letta ha dichiarato: «La sinistra deve fare autocritica, ha dimenticato la giustizia sociale». (Rivitalizzando, incidentalmente, anche un altro bel classico della sinistra di scuola francofortesca: l’autocritica).

Letta ha disegnato così una bella base programmatica per il futuro del PD, mettendo al centro le “4P” di matrice anche cristiano-sociale: “Povertà, Privilegi, Pregiudizi e Paura”. E indicandole come le vere incompiute dell’Italia risorgimentale, quella nata – appunto – dalla cultura liberal-radicale.

Un bel segnale, quello di Letta, che indubbiamente apre i polmoni a sinistra, e permetterebbe un luminoso sviluppo programmatico, culturale, sociale, e una base chiara per tentare alleanze. Succederà o sarà solo un’effimera affermazione editoriale?

Ripartire dai fondamentali: scuola e sanità pubblica

Quando le squadre smarriscono il ritmo, molti allenatori consigliano di “giocare facile” e ripartire dai fondamentali. Il Partito Democratico potrebbe farlo, puntando molto su due temi chiaramente centrali: la sanità e la scuola. Cosa che non sempre avviene, diciamo.

Sapremmo forse affermare che il PD è a favore della sanità e della scuola pubbliche. E fin qui ci siamo, i conti tornano. Ma che modello di sanità in Italia vuole il PD? Che rapporto tra regioni e Stato centrale? Come curerebbe il crack della sanità in tante regioni? Come eviterebbe sperequazioni clamorose tra cittadini di regioni diverse?

Il covid ci ha appena dimostrato quanto questi siano temi seri, vitali, concreti; come investano i diritti costituzionali di milioni di persone, e non siano meno a rischio di altri diritti “di avanguardia”.

Lo stesso discorso si potrebbe fare per la scuola: sugli slogan si fa in fretta a sembrare uniti nel sostenerla, ma quando si va al merito la sinistra è divisa, tra logiche sindacali e imprenditoriali, conservatorismi travestiti da difese del servizio pubblico, oggettivi investimenti economici e riforme di incerto segno e destino. L’unico – e forse ultimo – tentativo di riforma, la “Buona Scuola” (meglio, la Legge 107), ha lacerato la “sinistra” come non mai, dimostrando che forse una vera identità unitaria, su temi così dirimenti, non c’è.

Cosa può fare, allora, il PD per il Paese, se non ha una chiara visione comune nemmeno su sanità e scuola? Può cavarsela con le generiche “4P”? O coi diritti individuali? O con “temi bandiera” – pure giustissimi – come lo ius soli o il voto ai sedicenni? Temi divisivi, tra l’altro, e che possono apparire come vere mine vaganti sulla rotta del governo di unità nazionale di ripresa e resilienza, voluto da Mattarella e da Draghi.

Il disastro delle pari opportunità

C’è poi un campo in cui la credibilità della sinistra italiana, tra il dire e il fare, è stato messo a dura prova. Ed è quello della parità di genere. Su questo il PD è in oggettiva difficoltà e spesso ai “ferri corti” con i movimenti femminili, anche interni.

Lasciamo stare, adesso, la violenta reazione provocata in questi movimenti dal DDL Zan e dalla sua proposta – tra altre cose molto importanti – di rendere più fluido il riconoscimento giuridico del rapporto tra corpo (maschile o femminile) e identità di genere. È un tema troppo vasto per affrontarlo qui. Più banalmente, la difficoltà del PD si pone a livello di cariche, di ruoli chiave per le donne.

Letta ha cercato, come primo suo atto da segretario, di intervenire sul tema, rimuovendo i due capigruppo uomini (Delrio e Marcucci), per sostituirli con due donne (Serracchiani e Malpezzi). Un modo per “tappare” la falla apertasi con la nomina, nel Governo Draghi, di soli ministri maschi, da parte del PD. Una toppa che, per certi versi, è apparsa peggiore del buco, o comunque non sufficiente a coprirlo. Infatti, a pochi giorni dall’atto riequilibratore di Letta, ci si ricasca: i candidati sindaco dei cinque comuni principali al voto in autunno (Roma, Napoli, Milano, Torino, Bologna) saranno, per la sinistra, tutti maschi. A Roma, pure in epoca di accordi con il M5S, non si è trovata nessuna convergenza sulla donna Raggi. E a Bologna c’è scontro duro tra il candidato “ufficiale” Lepore e l’unica donna realmente in lizza nel campo del centrosinistra, la renziana Conti.

È presto per poter fare un quadro e dire se, nelle prossime amministrative, nei comuni medi e piccoli, il PD saprà valorizzare davvero la questione di genere, questione imprescindibile per un partito che voglia dirsi di “sinistra”, cioè attento alle diseguaglianze. Sarebbe questa la strada fondamentale.

Oltre ai ruoli apicali, le pari opportunità in politica si costruiscono solo se tante donne ricoprono ruoli diffusi, nelle segreterie provinciali, nei comuni, nelle regioni. In questo, onestamente, il PD è messo molto meglio della destra. E tuttavia, avere nella Meloni l’unica vera leader nazionale donna, schierata nel partito più di destra, e in quello che più da vicino sta tallonando il PD per il “sorpasso” elettorale, dovrebbe essere una preoccupazione non da poco, per le sinistre.

Il rischio – per assurdo – è che nella prossima legislatura anche la Repubblica Italiana veda finalmente una “premier” donna, dopo 75 anni. Ma che – beffardamente – non sia espressa dalla storica cultura dei diritti femminili della sinistra, bensì dal populismo di destra…

Il futuro del PD, tra M5S, correnti e scelte decisive

Non è dunque facile prevedere il futuro del PD. Unica forza rimasta di sinistra o centrosinistra, con dimensioni elettorali significative, nel Paese.

Zingaretti ha puntato molto sull’alleanza coi Cinquestelle. O meglio, con Conte e la parte di M5S che lo seguirà. Di fatto, sostituendo moralmente l’area “moderata” del PD (ormai, peraltro, divisa ed evanescente) con un “neodemocristiano”, di forte impronta meridionalista, come Conte. E aprendo così le porte alla possibile riunificazione dello “scisma” con Bersani e soci. La riunificazione di una ferita tra “compagni” vissuta davvero col cuore gonfio dalla base storica della sinistra (un po’ meno da chi credeva in un PD più riformista che socialdemocratico).

Correnti nuove e vecchie si sono subito riallineate o ricreate per sostenere questa prospettiva. (Non vanno chiamate correnti, ovviamente, ma “aree” o “laboratori”, scusate). Prima si è mosso Bettini avviando Agorà, poi pochi giorni fa Prossima con Schlein, Pisapia, De Micheli, Emiliano: quest’ultima così chiaramente tarata per fare “ponte” tra PD e sinistre extra-PD, che il suo programma non ha bisogno quasi di essere letto. Si indovina.

In tutto questo, Letta dovrà timonare il PD ancora al governo. Non è facile. La sola alleanza con Conte e le riunificazioni a sinistra non sembrano bastare, nei numeri, per vincere le prossime elezioni politiche.

Il rischio di questo schema di gioco è di consegnare Draghi al dilemma, se abbandonare presto la guida del Paese e del PNRR per il Colle, o divenire in futuro il Presidente del Consiglio espresso da una maggioranza Lega-FdI-FI. Maggioranza di centrodestra che, in realtà, da anni non appariva così instabile e frantumabile, grazie alla competizione Salvini-Meloni, ormai quasi alla pari.

Ci si chiede, allora, se la strada per recuperare un progetto di sinistra per il Paese, un’identità, un programma coerente su scuola, sanità e lavoro sia proprio quella del patto di sangue con Conte e Bersani. Col Conte alfiere di assistenzialismi meridionalisti e con le sinistre mai a proprio agio con le politiche industriali e le partite IVA.

La vocazione di un Partito Democratico, di sinistra sociale e riformista, non sarebbe piuttosto quella di rappresentare le forze produttive e di lavoro del Paese, di stare dentro i temi-chiave della rivoluzione verde e della digitalizzazione, per assicurare ancora sviluppo all’Italia, e quindi lavoro per tutti e reddito da redistribuire, governando perché vada in scuola e sanità, piuttosto che in rendite e bonus?

Se questa fosse la visione di prospettiva di un partito riformista-sociale, ci sarebbe da chiedersi quali siano i veri alleati, quelli più utili per un simile progetto. Non è detto che non vadano cercati in schemi più aperti e inattesi di quelli odierni, sfruttando la possibilità storica – forse irripetibile – di spaccare il fronte dell’attuale centrodestra, e sottrargli alcune aree sociali, economiche e culturali che da tempo vi sono iscritte, ma che potrebbero rispondere a un progetto di chiara prospettiva economico-sociale per il Paese. L’alleanza (di centro-nord) delle forze del lavoro e produttive.

L’alternativa, il vero rischio, è di accontentarsi di ricostituire la solita “opposizione morale” di sinistra, oppure di sperare che resti miracolosamente in vita, dopo il 2023, un governo di unità nazionale, per continuare a gestire qualche posto di potere a Roma. Un po’ poco per il futuro di un vero partito di sinistra riformista e sociale.

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